L’inferno in chat: perché quei giovani hanno condiviso violenza

e perché, come adulti, dobbiamo immergerci nell’abisso per comprendere

L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio”. 

[Italo Calvino]

Siena, pochi giorni fa. Una madre controlla il cellulare del figlio e lo scopre membro di una conversazione di gruppo dai contenuti estremi. Da qui, la denuncia. Il caso “Shoah party”, questo il nome del gruppo, assume rilevanza nazionale ed arriva all’attenzione dell’opinione pubblica. I giornali parlano di “chat degli orrori”.

Si sarebbe trattato di uno spazio digitale frequentato da giovani maschi; l’età riportata dei partecipanti era molto eterogenea. Si andava dal tredicenne  alle porte dell’adolescenza al giovane adulto studente universitario (Huffington Post, 2019).

In questa chat venivano pubblicate immagini, video e memes di tematiche ciniche e violente. Un flusso continuo che pare arrivasse anche a migliaia di elementi al giorno. I giornali riportano che sono ora in corso indagini dei Carabinieri a causa della natura estrema di alcuni contenuti, la cui condivisione è punita dalla legge (SkyTg24, 2019).

Si attiva presto la ricerca di cause e colpevoli. Le famiglie che non sorvegliano, la facilità di diffusione di questo materiale permessa dalla tecnologia, i giovani allo sbando. 

Situazioni del genere ci colpiscono profondamente e ci sconvolgono. Proprio per questo, è necessaria una riflessione che prescinda temporaneamente dal caso specifico e che ci aiuti a comprendere i meccanismi che possono portare i giovani ad adottare determinati comportamenti.

Sperimentazione e trasgressione

Viene da domandarsi: perché i ragazzi entravano in questa chat e, in molti casi, non ne uscivano subito? Perchè contenuti che dovrebbero essere sgradevoli sono invece ricercati?

Può essere utile partire dalle emozioni: le stesse che ci attivano di fronte a queste storie e che devono aver provato i ragazzi al primo contatto con i contenuti della chat. Non per forza nell’uso dei media veniamo gratificati da emozioni “piacevoli” o “positive” (Batsch et.al 2006, 2010): pensiamo ai film dell’orrore, o alle storie tristi.

Possiamo ottenere piacere anche da esse perché regolano il nostro umore nella direzione desiderata. A volte questa direzione va verso quello che stiamo già provando e lo rafforza (Knobloch 2003; Reinecke 2017). Capita ad esempio di “caricarsi” con contenuti aggressivi mentre si coltivano fantasie di vendetta o ascoltare canzoni strappalacrime dopo la fine di una relazione. Oppure, possiamo essere intrinsecamente motivati a provare emozioni sgradevoli, perché riuscire a gestirle ci rassicura sul nostro successo e competenza. Infine il nostro contesto dà un valore alle emozioni, ci suggerisce come alcune siano apprezzabili e degne di lode mentre ne scoraggia altre.

Questi fattori possono tutti essere visti all’opera nella chat finita agli onori delle cronache, a partire dalla composizione del gruppo: tutti maschi, tutti giovani, di età che andavano dalla prima adolescenza al giovane adulto (Huffington Post, 2019).

Per ragioni sia biologiche che sociali, la propensione al rischio e la ricerca di sperimentazione è cosa frequente in questa fascia d’età, non solo sul web. La maturazione di alcune aree del cervello non è del tutto completa prima dei 25 anni (Arain et al., 2013): si tratta proprio di quelle che servono per progettare il proprio comportamento e per controllare gli impulsi. Inoltre l’adolescenza è, nelle società moderne, un periodo di sperimentazione sempre più prolungato rispetto a un mondo adulto che offre molti percorsi e possibilità. 

Soprattutto nei gruppi di adolescenti maschi, la trasgressione ha spesso un ruolo fondamentale. Si è arrivati a parlare di “sindrome del giovane maschio” (young male syndrome – Wilson & Daly 1985) caratterizzata da un “gusto per il rischio”, anche sotto forma di attrazione per la violenza, e facilitata dalla presenza di coetanei con gli stessi obiettivi. E’ un retaggio della nostra storia evolutiva: in tempi molto antichi, i giovani dovevano lottare per sopravvivere.

Se mettere in discussione le regole è un aspetto importante in questa fase di vita, che accompagna la progressiva conquista dell’autonomia, talvolta i comportamenti di sfida possono arrivare ad assumere tinte particolarmente pericolose e addirittura illegali.

“Un vero uomo resiste a tutto”

Questi comportamenti possono inoltre essere letti alla luce dei processi di socializzazione di genere rispetto ai media (Bartsch et al, 2006). Maschi e femmine hanno infatti aspettative diverse rispetto a che contenuti guardare e condividere on-line e rispetto a come reagire ad essi. 

Questo dipende da aspetti culturali e sociali che coinvolgono moltissime aree, non solo quella delle tecnologie. Bambini e bambine vengono generalmente cresciuti con modalità ed aspettative diverse (Chaplin, 2015). Dai maschi spesso ci aspettiamo fin da piccoli che “non si lamentino”, che debbano “resistere a tutto“.

Se un bambino si fa male, possiamo essere più portati a dire frasi come “un vero ometto non piange” o possiamo dire che “piangere è da femminucce“. Siamo propensi a pensare che mostrare forza e aggressività sia normale (e anzi auspicato) per un maschietto.

Questo perché siamo immersi in una cultura che prevede ruoli rigidi per maschi e femmine, e che collega la mascolinità a concetti di resistenza, forza e freddezza.

Anche per questo crescendo i ragazzi spesso sviluppano l’interesse per film di guerra e d’azione dove lo scontro cruento ha una parte centrale. Il contatto con materiale pesante per i giovani maschi può diventare un modo per mettersi alla prova, per dimostrare quella virilità così richiesta a livello sociale. Si tratta di esibire e riconoscersi a vicenda una “forza” legata alla capacità di tollerare sensazioni disturbanti. 

Inoltre, dobbiamo ricordare che spesso l’adolescente è alle prese con vissuti emotivi intensi nella sua vita quotidiana. Temi e preoccupazioni legati alla crescita e alla sua identità possono non essere sempre facili da affrontare. Le sfide legate all’autonomia, al rapporto con i pari e con la crescita fisica e sessuale possono metterli di fronte a vissuti psicologici complessi. 

Un ragazzo in particolare può essere portato a rifiutarli, vivendoli come segno di debolezza. Attraverso contenuti, anche digitali, di violenza e sofferenza, potrebbe provare ad affrontare queste difficoltà e a “temprarsi”, a rendersi “forte e virile“, e soprattutto adulto.

Questo trova riscontro anche negli studi sperimentali rispetto all’uso dei media per la regolazione emotiva. In uno studio in particolare, uomini e donne venivano sottoposti alle provocazioni di uno sperimentatore e veniva loro prospettata una possibile rivalsa. In risposta a ciò, le donne sceglievano di leggere notizie positive per smaltire la rabbia, mentre gli uomini preferivano alimentare la loro rabbia concentrandosi su quelle negative (Knobloch-Westerwick, 2007). 

Pensiamo inoltre al fatto che in molte le società il raggiungimento dell’età adulta si conquista attraverso rituali dolorosi e complessi. Il fatto di resistere al dolore e sopportare qualcosa che mette alla prova la propria sensibilità sancisce il raggiungimento dello status di “uomo“. Si potrebbe insomma parlare della condivisione di immagini cruente come di una sorta di rito di iniziazione collettiva. Una situazione che ci ricorda pratiche proprie delle società tribali o di alcuni gruppi criminali. 

Andare oltre le regole e le istituzioni

In gruppi come “Shoah party” è poi possibile esibire il proprio disprezzo verso la sensibilità altrui e verso leggi, ma anche convenzioni sociali che rimandano a valori di rispetto e buongusto.  

Nel 2003, quando internet era diverso ma già non mancava di contenuti violenti, uno studio mostrava come i giovani che si sentivano meno legati alle istituzioni cercassero più contenuti interattivi cruenti (Slater 2003). Già allora la ricerca metteva in guardia: per alcuni giovani il web può offrire “alternative” attraverso gruppi e subculture violente.   

Possiamo quindi pensare che quei ragazzi probabilmente trovassero nel gruppo “Shoah party” anche la possibilità per  identificarsi in qualcosa che non condivideva i valori del contesto familiare e scolastico. 

La differenza d’età fra i giovani coinvolti permette poi un’altra osservazione. Nella nostra società gli adolescenti, pur fisicamente sviluppati, non hanno molti dei privilegi degli adulti. Perciò alcuni ragazzi più grandi esercitano sugli adolescenti un certo fascino. Si tratta dei ragazzi in grado di violare le regole in modo più o meno astuto e prendersi quelle libertà che il mondo adulto continua a negare (Moffit 1993/2017). E, in effetti, i ragazzi più grandi di quella chat sembravano condividere ancora con i più piccoli il fascino per la trasgressione.

Fascino che sul web è molto diffuso, a tutti i livelli: dai memes che ironizzano su fatti macabri a siti interamente dedicati a video sanguinari reali. Non stupisce quindi che uno dei creatori della chat sostiene sia nata ispirandosi al successo della pagina di “humor nero” gestita da un amico (SkyTg24, 2019).

Rispetto ai partecipanti più grandi: si trattava di studenti universitari, dai quali ci si sarebbe aspettato un ruolo di “controllo“. Ed è proprio in questa fascia, oggi definita degli “adulti emergenti” che l’acquisita autonomia diventa invece maggiore possibilità di sperimentarsi anche in rete, che qui è però sfociata nell’illegalità (Coyne et al., 2013). 

Perché scendere nell’inferno?

Questo fatto ha scosso molti di noi, spaventandoci e facendoci talvolta accusare le “nuove generazioni prive di valori“.

Tuttavia, sono talvolta gli stessi adulti, anche over 40, a condividere contenuti di odio sui social. Prendendo come esempio il razzismo, la più recente “mappa dell’intolleranza” elaborata dall’osservatorio italiano sui diritti-Vox, rileva una forte crescita dei contenuti xenofobi su twitter ed un ritorno dell’antisemitismo.

E, del resto, quei ragazzi, prima di condividere i contenuti violenti li hanno visti e probabilmente ricevuti da qualcuno.

Si può anche ipotizzare che alcuni dei contenuti più estremi abbiano in realtà turbato tanto da volerli mettere in uno spazio dove, sepolti sotto strati di cinismo, sarebbero stati più tollerabili.

E allora forse, anziché una corsa all’individuazione dei colpevoli morali (per quelli giuridici le indagini sono in corso) è necessaria una riflessione ben più articolata.

Una riflessione che ci permetta di avvicinarci a questi ragazzi, per comprendere il loro comportamento e capire come possiamo davvero accompagnarli in un digitale che li mette alla prova in modi nuovi e difficili anche per loro.

Digitabilis si propone di formare tutte le generazioni a una cura degli spazi comuni della rete e della nostre interazioni online. E questo comincia anche da quelli più basilari e quotidiane, quali possono essere le nostre chat di messaggistica.

Bibliografia e sitografia:

    • Arain, M., Haque, M., Johal, L., Mathur, P., Nel, W., Rais, A., … & Sharma, S. (2013). Maturation of the adolescent brain. Neuropsychiatric disease and treatment, 9, 449.
    • Bartsch, A., & Viehoff, R. (2010). The use of media entertainment and emotional gratification. Procedia-Social and Behavioral Sciences, 5, 2247-2255.
    • Bartsch, A., Mangold, R., Viehoff, R., & Vorderer, P. (2006). Emotional gratifications during media use–An integrative approach. Communications, 31(3), 261-278.
    • Chaplin, T. M. (2015). Gender and emotion expression: A developmental contextual perspective. Emotion Review, 7(1), 14-21.
    • Coyne, S. M., Padilla-Walker, L. M., & Howard, E. (2013). Emerging in a digital world: A decade review of media use, effects, and gratifications in emerging adulthood. Emerging Adulthood, 1(2), 125-137.7
    • Huffington Post (17.10.2019) “Sesso tra minori, violenze e scritte antisemite. Nel cellulare di mio figlio ho trovato l’inferno
    • Knobloch, S. (2003). Mood adjustment via mass communication. Journal of communication, 53(2), 233-250.
    • Knobloch-Westerwick, S., & Alter, S. (2006). Mood adjustment to social situations through mass media use: How men ruminate and women dissipate angry moods. Human Communication Research, 32, 58–73.
    • Moffitt, T. E. (1993/2017). Adolescence-limited and life-course-persistent antisocial behavior: A developmental taxonomy. In Biosocial theories of crime (pp. 69-96). Routledge.
    • Reinecke, L. (2017). Mood management theory. The international encyclopedia of media effects, 1-13.
    • Slater, M. D. (2003). Alienation, aggression, and sensation seeking as predictors of adolescent use of violent film, computer, and website content. Journal of communication, 53(1), 105-121.
    • Tg24 (18.10.2019) Chat “Shoah Party”, il 16enne creatore del gruppo: “Era un gioco, mi è sfuggito di mano”
    • Voxdiritti (n.d.) Ecco le Mappe di Vox contro l’intolleranza