Assistenti vocali, interazioni ed infanzia: un approfondimento

Che cosa ci riserva il futuro? Quali sono le prospettive per il prossimo decennio dell’ “homo digitabilis?” Non è facile rispondere, dato che tendiamo sempre a vedere il domani con le categorie di oggi, che potrebbero presto non essere più al passo coi tempi. Ed è vero specialmente rispetto al digitale, una rivoluzione al momento in corso i cui effetti sulla nostra vita e sulle nostre relazioni sono più complessi delle semplici possibilità offerte dagli strumenti.

Uno degli scenari più plausibili è la progressiva “socializzazione” dell’ “internet delle cose” (Atzori et al., 2014). Già oggi i dispositivi della nostra vita quotidiana possono raccogliere informazioni e agire di conseguenza: un ottimo esempio sono gli assistenti vocali come Alexa nei dispositivi Amazon Echo. 

Sempre più integrati nella nostra vita quotidiana questi oggetti “intelligenti” stanno diventando ai nostri occhi sempre più dei “soggetti”. Con essi è facile instaurare le cosiddette “relazioni parasociali”, ci comportiamo cioè con loro come se fossero in delle creature senzienti. Questo perchè sono anche “agenti”, in grado di attivarsi in risposta all’ambiente intorno a loro, con risposte che assomigliano a quelle di un essere umano. Già nel 2018 l’intelligenza artificiale di Google duplex aveva prenotato un appuntamento parlando al telefono ad una persona ignara, possiamo quindi aspettarci un futuro in cui queste interazioni saranno sempre più frequenti.

Pensiamo però ai bambini che per primi stanno crescendo con questi compagni digitali. L’infanzia era fino a qualche decennio fa la stagione degli amici immaginari, oggi spesso sostituiti dai personaggi mediatici. Eppure i bambini si rapportano facilmente ai dispositivi come avessero una loro soggettività, e con modalità diverse rispetto agli adulti. 

Uno studio (Chen et al., 2018) ha studiato le diverse reazioni di fronte a una applicazione a cui si chiedeva di fare un verso (il “quack” della papera) ma questa non rispondeva. I bambini (di età compresa tra 3 e 5 anni), anche se frustrati continuavano a cercare di ristabilire la comunicazione e difficilmente si arrendevano. I grandi invece, dopo aver incoraggiato il bambino a tentare, riconoscevano che qualcosa non stava funzionando e convincevano i bambini a desistere. Solo sei bambini su 107 hanno però chiesto aiuto, un dato sorprendente se si considera la loro giovane età. É quindi importante che gli adulti affianchino i bambini nel distinguere i limiti di questi dispositivi.

Eppure ai bambini, pur con i loro limiti, questi dispositivi sembrano piacere. Offrono delle interazioni più complesse di un giocattolo tradizionale, dato che Alexa sembra sapere (quasi) tutto: rassicura e offre stabilità in un mondo che a questa età può sembrare complesso e minaccioso.

Questa fascinazione dei bambini è forse alla base della bizzarra funzione “tell my kids” di Alexa, l’assistente di Amazon. Viene presentata come un modo per dire ai figli cosa fare, così che forse ci ascoltino. Possiamo dunque delegare frasi come “vieni a tavola”, “lavati i denti” e persino “è ora di fare un pisolino” ad Alexa. 

Queste presenze digitali però hanno un doppio limite come compagni di sviluppo per i bambini. La loro programmazione non ha infatti quella flessibilità che consente a mamma e papà di capire che “bau” è il cane o “brum brum” è la macchinina. Ma al tempo stesso potrebbe essere fin troppo efficiente nell’esaudire le richieste: il gioco con altri esseri umani o animali implica anche che l’altro possa stancarsi o mettere dei limiti alle nostre esigenze, obbligandoci così a tenere conto dei suoi bisogni. 

Un altro punto dolente è la qualità dell’informazione. Come Digitabilis insistiamo spesso con i genitori sull’importanza di insegnare fin da piccoli a non fidarsi in modo acritico dei messaggi che ci arrivano dai media. Alexa però non permette di muoversi in modo autonomo nell’informazione, dando soltanto il risultato ritenuto più attendibile dal motore di ricerca.

Fonti ed approfondimenti: