Quali sono i rischi per un preadolescente in rete? Di cosa ci dovremmo preoccupare?

Non sempre quello che il senso comune ci suggerisce trova effettivamente riscontro nelle esperienze vissute in questa fascia d’età: la prospettiva dei giovani ragazzi può essere infatti anche molto diversa da quella degli adulti. Per crearsi una loro idea di cosa sia problematico si confrontano infatti non solo con i genitori, ma anche con i pari e con le informazioni che arrivano dai media. Da qui definiscono, negoziano e adottano misure preventive. A loro volta queste sono influenzate dalle esperienze e dalle caratteristiche individuali di ogni ragazzo: ecco che una fonte di rischio può sembrare rilevante perché al centro di storie impressionanti, mentre altre vengono sottovalutate perchè “tanto lo fanno tutti”. 

Quando invece incontrano un rischio, come reagiscono i ragazzi? In molti cercano un supporto da parte degli altri, specialmente i genitori e i pari più maturi. Tuttavia una buona percentuale non ne parla con nessuno o adotta risposte di tipo passivo (Mascheroni & Olafsson, 2018).

É fondamentale uscire dal dibattito polarizzato che vede la rete come luogo di meravigliose opportunità o, al contrario, come trappola da evitare. L’esposizione ad un rischio implica la possibilità di un danno, ma non necessariamente lo causa, e nemmeno ci dice se la gravità sarà uguale per tutti i ragazzi. E ancora, attraverso quali meccanismi si produrrebbero questi danno?

A rendere ancora più complessa la situazione, opportunità e rischi possono essere strettamente legati. La consapevolezza è il risultato sia delle misure preventive che delle reazioni a situazioni difficili, ed è dunque frutto anche delle esperienze negative in rete.

Quanti preadolescenti dunque incontrano rischi online? 

Nel 2014 il progetto “net children go mobile” che ha coinvolto sette paesi europei, Italia compresa, riporta come meno di un ragazzo su cinque si fosse sentito turbato o preoccupato da qualcosa di visto online (Mascheroni & Olafsson, 2014). Le esperienze a rischio più comuni sono confermate dai dati relativi al nostro paese nel 2017 dalla ricerca “EU Kids Online” (Mascheroni & Olafsson, 2018):

    • vedere immagini sessualmente esplicite: circa il 12% degli intervistati di 11/12 anni e il 35% dei 13/14 anni; 
    • avere contatti con persone non incontrate prima faccia a faccia: nel 15% degli 11/12enni e nel 29% dei 13/14enni;
    • essere trattati male online: i dati del 2014 riferiscono questa esperienza nel 19% degli 11/12enni e nel 26% dei 13/14enni. Rispettivamente il 9 e il 15% riferiscono poi casi di cyberbullismo vero e proprio.

Ma quando e come queste si possono tradurre in un danno a questa età?

Contenuti sessuali 

Il rischio più comune è anche uno dei più discussi tra gli adulti: l’esposizione ad immagini esplicite.

I ragazzi, stando alle interviste nell’ambito della ricerca “EU Kids online” (Smahel & Wright 2014) li associano a vari vissuti. I più giovani e le ragazze sembrano trovarli più sgradevoli. Con il proseguire dell’adolescenza invece i teenager sostengono di abituarsi a questo tipo di immagini e quando non le stanno volutamente cercando tendono a ignorarle.

In linea con queste esperienze sembra esserci poi un’idea generalizzata dei più piccoli come maggiormente a rischio. In effetti sono proprio loro a ritenere  questi contenuti come incontrollabili: perché non li ricercano, ma probabilmente anche per l’impatto che essi suscitano.

Quello che colpisce particolarmente è come le reazioni fra i ragazzi italiani siano legate all’età (Mascheroni & Olafsson, 2018). Se a 11/12 anni ben il 68% degli intervistati si dice molto o un po’ turbato da questi contenuti, solo il 7% riferisce di sentirsi così a 13/14 anni, lo stesso periodo in cui questi contenuti iniziano ad essere anche graditi (8%) per lo più fra i maschi. 

Facciamoci quindi trovare preparati: nell’educazione sessuale dei nostri figli informiamoli anche che in rete potrebbero trovare delle rappresentazioni della sessualità che possono farli sentire in imbarazzo, confusi, affascinati. Diciamo chiaramente che quanto questo accade vorremmo parlarne con loro, senza arrabbiarci o considerare “sbagliata” la loro eventuale curiosità.

Cyberbullismo e prevaricazione online

Questo tipo di esperienze a rischio sembra essere l’unico a non diventare più frequente all’aumentare dell’età dei ragazzi. Il picco dei comportamenti di bullismo, stando ai dati EU Kids Online relativi al nostro paese (Mascheroni & Olafsson, 2018), risulta essere attorno ai 13/14 anni. In questa fascia di età è più probabile aver assistito ad un atto di cyberbullismo nell’ultimo anno (24%) con il 4% degli spettatori che ammette di aver incoraggiato il bullo, cosa che non avviene ad altre età. La probabilità di essere bullizzati è massima a 11/12 anni (12%). Anche la preoccupazione per la vittima è riportata nella percentuale più alta a 11/12 anni, ma cala successivamente.

Anche la recente audizione Istat dello scorso anno conferma la fascia 11/13 anni come più rischio rispetto agli adolescenti (ISTAT, 2019).

Le caratteristiche di alcuni spazi online li rendono terreno fertile per messaggi  offensivi o ambigui (Pabian et.al, 2018). É il caso ad esempio delle piattaforme come Ask.Fm, dove si possono ricevere domande anonime, oppure di Facebook o Instagram, dove è possibile “taggare” le persone in foto nelle quali non sono venute bene o si trovano in situazioni più o meno imbarazzanti. 

Il cyberbullismo, come il suo corrispettivo analogico (il bullismo), non è soltanto una presa in giro o un commento inappropriato. A differenza del conflitto o della provocazione, c’è in gioco una differenza di potere: il bullo riesce ad usare alcune risorse e capacità per portare avanti in modo sistematico e continuo la prevaricazione della vittima, spesso nell’indifferenza di altre persone che assistono (il “pubblico”).

Una differenza da tenere presente è, ad esempio, tra il cyberbullismo e quello che gli il mondo anglosassone chiama “drama”, una forma di conflitto in rete fatta di provocazioni e manifestazioni più o meno plateali a uso e consumo del pubblico. Non sempre il “drama” ha una valenza aggressiva e talvolta viene visto come una forma di svago e fonte di intrattenimento. 

D’altra parte, ragazzi emerge la difficoltà nel distinguere fra prese in giro anche amichevoli e bullismo vero e proprio (Smahel & Wright 2014): sono più propensi a non considerare tale il bullismo quando perpetrato da persone che ritengono amiche. Infatti risulta loro più difficile parlare della situazione se coinvolge coetanei vicini a loro piuttosto che estranei. 

É molto importante come adulti cogliere differenze e sfumature fra queste dinamiche di potere: una provocazione, anche estrema, o per noi “di cattivo gusto” può essere ben integrata in un rapporto di amicizia, mentre contenuti apparentemente innocui possono nascondere umiliazioni implicite. Per questo è necessario tenere conto del punto di vista dei ragazzi, che per primi conoscono e costruiscono i loro linguaggi, ma al tempo stesso fornire una prospettiva più matura sui diversi modi, non sempre ovvi, con cui si può fare del male agli altri. 

Le soluzioni utilizzate dai ragazzi per evitare o rispondere alle prevaricazioni spesso hanno a che fare con la restrizione della comunicazione (Schenk & Fremouw, 2012). Al tempo stesso, però, è attraverso l’esperienza che è possibile creare consapevolezza e strumenti per reagire. Insomma l’esposizione al rischio e la resilienza sono correlate, ma, purtroppo, non sempre si crea un positivo equilibrio, e si va incontro al danno.

Quali sono le caratteristiche di cyberbulli e vittime a questa età e come si collegano ai possibili danni? Lo studio di Navarro e collaboratori (2018) ha indagato le motivazioni relazionali e le reazioni al cyberbullismo in 1058 preadolescenti. 

Le vittime erano più motivate di altri a cercare relazioni in rete, forse per trovare un supporto che manca loro nella vita analogica. Questa ipotesi è sostenuta dal fatto che le vittime più frequenti avevano come motivazione principale la compensazione sociale, ovvero lo stringere rapporti che non riuscivano ad avere nella vita analogica.  

Internet può dunque essere attraente e anche benefico per persone sole o più ansiose in situazioni sociali, ma non necessariamente a questa età porta a relazioni positive. É poi importante sottolineare come le capacità relazionali con i pari in preadolescenza si stiano sviluppando ed acquistando sempre più rilevanza. Possiamo quindi capire sia l’attrazione della relazione online per la vittima che la facilità del suo abuso da parte del cyberbullo.

Si conferma inoltre il dato che chi è bullizzato ricorre meno frequentemente a strategie volte alla soluzione del problema come il cercare supporto in altre persone. Usa invece in misura maggiore l’evitamento cognitivo (non pensarci) e comportamentale (non entrare in chat): tenersi a distanza da interazione problematiche e ignorarle può essere una soluzione ma solo se queste sono rare. Altrimenti la vittima può sentirsi intrappolata anche nella sua vita digitale. 

I danni a questa età non sono poi solamente psicologici e relazionali, ma anche fisici. Lo studio di Vieno e collaboratori (2014) a partire dai dati relativi a più di 24.000 tredicenni mostra un aumento anche dei sintomi somatici come mal di testa, schiena e pancia nelle vittime di cyberbullismo. Questa espressione corporea sembra particolarmente diffusa nei maschi, forse perché è più difficile per loro esprimere diversamente il proprio disagio. 

Come genitori ed educatori è necessario inanzitutto essere espliciti con i ragazzi rispetto a comportamenti di questo tipo in rete e alle loro conseguenze. Non incoraggiamoli a usarli come risposta ad offese ricevute e ascoltiamo sempre la loro versione dei fatti. Diamo invece esempi di interazioni in rete rispettose dell’altro, affinché possano imparare ad intervenire a sostegno di chi subisce le prevaricazioni e a rivolgersi ad un adulto competente. 

Riflettiamo prima di togliere l’accesso ai dispositivi dei nostri figli quando sono coinvolti in queste situazioni: non permette ai bulli di riparare ai loro errori e rischia di isolare ulteriormente le vittime. Piuttosto possiamo insegnare loro come segnalare alla piattaforma commenti e contenuti inappropriati, bloccare i mittenti e conservare prove (anche con un semplice screenshot).

Contatti con sconosciuti

L’immagine di un estraneo che adesca i ragazzi online, spesso a scopo sessuale, rappresenta una delle paure più diffuse dei genitori: ciò emerge anche nelle interviste del 2014 (Mascheroni & Ólafsson). Eppure i ragazzi non percepivano come necessariamente problematico avere contatti con persone mai incontrate nella realtà: conoscere nuovi amici rappresenta una delle possibilità più allettanti dei social network. 

I dati italiani del 2017 (Mascheroni & Olafsson) ci riportano un panorama di maggiore equilibrio. Molte delle persone mai viste con cui i ragazzi sono entrati in contatto online sono in realtà “amici latenti”, ovvero amici di amici sui social. Con loro è in contatto il 15%  degli intervistati di 11/12 anni e il 29% di quelli di 13/14 anni. 

L’incontro offline con persone conosciute sul web avviene nel 12% dei ragazzi di 11/12 anni e nel 24% dei ragazzi di 13/14 anni e ad ogni età è descritto, nella maggior parte dei casi, come una esperienza decisamente positiva. Al tempo stesso però sono frequenti le reazioni di turbamento (20% dei casi a 11/12 anni, 32% a 13/14). Le reazioni neutre, che iniziano a diventare più comuni in adolescenza, sono in netta minoranza.

Incontrare una persona conosciuta online non è dunque un’esperienza da demonizzare, ma è necessario che l’adulto discuta in anticipo con i ragazzi delle loro aspettative relative all’esperienza e di quanto conoscono effettivamente della persona. Le loro capacità relazionali non sono ancora del tutto sviluppate, sta a noi accompagnarli.

Altri rischi

Il sexting, ovvero l’invio di immagini o messaggi a carattere sessuale, resta poco diffuso a questa età. Le reazioni dei riceventi sono però in gran parte negative (67%) a 11/12 anni, con praticamente nessuno che riporta di gradire.  A 13/14 anni invece la situazione cambia radicalmente: solo il 9% ha una reazione neutra, il 36% negativa e il 55% se ne dice felice. Questa polarizzazione così estrema scompare in adolescenza, dove la reazione più comune è l’indifferenza.

La pubertà, e con essa l’emergere del desiderio sessuale, è probabilmente da imputare a cambiamenti e reazioni così repentine. Sarebbe dunque utile inserire informazioni su questo tipo di comunicazione, e i suoi possibili effetti su chi la riceve, all’interno dei programmi di educazione sessuale ed affettiva, che dovrebbero tenere conto di queste nuove modalità espressive aperte dalle tecnologie e sfruttate talvolta anche in modo improprio.

Un rischio invece emerso e in aumento già nel 2014, ma oggi estremamente diffuso e forse sottovalutato, è quello dei contenuti negativi generati dagli utenti. Nella rete attuale tutti siamo in grado di produrre e diffondere messaggi di ogni tipo, che possono anche essere problematici: promozione di condotte alimentari scorrette, informazioni sulle sostanze stupefacenti o sull’autolesionismo, immagini violente. Sommati fra loro questi questi contenuti vanno a costituire l’esperienza a rischio più frequente per i ragazzi italiani, raggiungendo quasi il 40% degli 11/13enni esposti a questi contenuti nel 2017.

Particolarmente rilevante è l’esposizione ai messaggi d’odio o razzisti, che raggiungendo il 25% della fascia costituisce da sola la quarta esperienza a rischio più frequente. 

Questa categoria pone sfide molto complesse non solo a chi educa, ma all’intera collettività. E’ estremamente difficile filtrare questi contenuti, mentre chi si occupa dei minori trova complesso parlarne con loro temendo inoltre di suscitare ulteriore curiosità. 

Eppure già a questa età sembrano trovare il loro pubblico, anche in termini di differenze di genere. Il 14% delle ragazze riferisce di aver visto discussioni su come “essere molto magri”, mentre l’8% dei maschi sono entrati in contatto con messaggi di odio in un caso su quattro.

Infine, i contenuti prodotti possono implicare anche una esposizione personale. Mentre ben pochi preadolescenti diventeranno star di youtube, molti di loro diffondono attivamente proprie immagini sui social media. Dato che proprio a questa età l’influenza dei pari è massima, che effetto può avere?

Un recente studio di Meeus e collaboratori (2019) ha mostrato come il presentarsi sui social non sia direttamente legato direttamente a un bisogno di popolarità, ma alla ricerca di autostima mediante essa. Più metto di me, più interazioni e commenti potrò generare. Purtroppo anche i commenti positivi, pur rinforzando effettivamente l’immagine di sé, sembrano sviluppare ulteriormente la dipendenza dall’approvazione da parte degli altri, con effetti finali sull’autostima paradossalmente negativi. Quello che potevo fare per me è diventa qualcosa che devo fare per gli altri.

Fonti ed approfondimenti:

    • ISTAT (27 marzo 2019) Indagine conoscitiva su bullismo e cyberbullismo Audizione del Presidente dell’Istituto nazionale di statistica Prof. Gian Carlo Blangiardo. Commissione parlamentare per l’infanzia e l’adolescenza, Roma
    • Mascheroni, G. and Ólafsson, K. (2014). Net Children Go Mobile: risks and opportunities.Second Edition. Milano: Educatt
    • Mascheroni, G., & Ólafsson, K. (2018). Accesso, usi, rischi e opportunità di internet per i ragazzi italiani I primi risultati di EU Kids Online 2017. EU Kids Online e OssCom.
    • Meeus, Anneleen, Kathleen Beullens, and Steven Eggermont. “Like me (please?): Connecting online self-presentation to pre-and early adolescents’ self-esteem.” New Media & Society (2019): 1461444819847447.
    • Navarro, R., Larrañaga, E., & Yubero, S. (2018). Differences between preadolescent victims and non-victims of cyberbullying in cyber-relationship motives and coping strategies for handling problems with peers. Current Psychology, 37(1), 116-127.
    • Pabian, S., Erreygers, S., Vandebosch, H., Van Royen, K., Dare, J., Costello, L., … & Cross, D. (2018). “Arguments online, but in school we always act normal”: The embeddedness of early adolescent negative peer interactions within the whole of their offline and online peer interactions. Children and youth services review, 86, 1-13
    • Schenk, A. M., & Fremouw, W. J. (2012). Prevalence, psychological impact, and coping of cyberbully victims among college students. Journal of school violence, 11(1), 21-37.
    • Smahel, D. & Wright, M. F. (eds) (2014). Meaning of online problematic situations for children. Results of qualitative cross-cultural investigation in nine European countries. London: EU Kids Online, London School of Economics and Political Science.
    • Vieno, A., Gini, G., Lenzi, M., Pozzoli, T., Canale, N., & Santinello, M. (2014). Cybervictimization and somatic and psychological symptoms among Italian middle school students. The European Journal of Public Health, 25(3), 433-437.