Rovinati dalla rete? Anche no!

Il futuro è imminente e apocalittico. I figli sono strappati alla somiglianza coi padri e proiettati verso un domani, che pur conservando i problemi e le miserie dell’oggi, sarà pur tuttavia differente per qualcosa di immenso e oscuro. E penso a coloro che remoti e sprezzanti mentre tutto ciò accade, non hanno che cretini doveri da continuare ad imporre: il progresso, lo sviluppo, le liberalizzazioni, la tolleranza, l’ecumenismo. (Pasolini, Lettere Luterane)

All’inizio del decennio, qualcosa è cambiato. I giovani non sono più quelli di una volta. Siamo davanti ad una generazione più a suo agio in camera sua che nell’affrontare il mondo reale, incapace di sperimentare e di mettersi alla prova. Il tempo dedicato agli schermi sta rallentando i processi di sviluppo, sostituendosi a quello dedicato allo studio, al lavoro, alle uscite con gli amici. 

O almeno, così sostiene Jean Twenge, psicologa americana che da venticinque anni studia le differenze generazionali. La versione italiana del suo ultimo libro più che un titolo ha un ritratto: “Iperconnessi- Perché i ragazzi oggi crescono meno ribelli, più tolleranti, meno felici e del tutto impreparati a diventare adulti”.

Mentre nelle altre decadi, sostiene, i cambiamenti erano graduali, quello attuale no. Ed ora saremmo sull’orlo di un’importante crisi per la salute mentale dei giovani, impauriti e bisognosi di sicurezza, incapaci di focalizzare la loro attenzione, tendenzialmente infelici.

Dobbiamo davvero preoccuparci?

Consideriamo prima cosa viene effettivamente misurato. Uno studio del 2019, portato avanti sempre da Twenge con Park, mostra effettivamente una riduzione delle attività “adulte” fra gli adolescenti americani dagli anni ‘70 ad oggi, che includono: prendere la patente, bere alcol, ma anche essere sessualmente attivi.

E nel nostro paese? La sorveglianza “Health and Behaviour in School-aged Children”, che ogni 4 anni coinvolge decine di migliaia di ragazzi mostra una riduzione del consumo di alcolici. É curioso come uno stesso fattore possa essere visto come un segnale di incoraggiante diffusione di comportamenti salutari o di un rimandare la vita adulta, a seconda delle nostre attribuzioni. Ma non è facile separare i dati dal significato che gli diamo. 

Sonia Livingstone, una delle massime ricercatrici europee nell’ambito dei nuovi media, invita ad allargare la nostra prospettiva al contesto.

L’analisi della Twenge sembra escludere le generazioni precedenti, che hanno educato i giovani “iperconnessi” ed hanno partecipato allo sviluppo dei dispositivi e delle pratiche d’uso. Pensiamo a come il cellulare sia sempre più spesso uno strumento di controllo e monitoraggio che placa l’ansia dei genitori per i loro figli in un mondo percepito come pericoloso. 

Proprio dal 2008 al 2009, osserva Samuel (2017) c’è stata una esplosione di iscrizioni ai social network non tanto da parte dei ragazzi americani, ma dei loro genitori: i dati riportano un passaggio dal 6% al 44% nella fascia d’età 30-49, probabilmente dovuti anche agli smartphone!

Come Digitabilis riteniamo però sia fondamentale evitare una ricerca di colpevoli che passi dal condannare i ragazzi ai loro genitori: entrambi si sono trovati a dover affrontare un cambiamento di portata enorme e hanno fatto il possibile per adattarsi, a volte in modo poco consapevole ma per mancanza di strumenti adeguati.

Alcune delle tendenze attribuite agli smartphone, continua poi Livingstone, possono essere spiegate in modo più credibile, sia statisticamente che praticamente. Ad esempio attraverso la crisi economica del 2008, che rende più difficile per i teenager investire in attività come andare al cinema o nell’acquisto di un’automobile. Un sentimento di precarietà angosciante male inteso dagli adulti, ben rappresentato dal popolare meme che vede i genitori chiedersi come mai i figli sono così depressi, salvo poi dare la colpa a questi “iPhone molesti” piuttosto che alla situazione economica, ambientale e politica.

Che dire dunque della salute mentale? Diversi gruppi di adolescenti possono effettivamente subire un’influenza negativa da parte della tecnologia, ma difficilmente possiamo fare affermazioni sicure a partire da studi solo correlazionali, che per definizione non sono in grado di definire rapporti causa-effetto. Potrebbe ad esempio verificarsi una situazione in cui i ragazzi più fragili dal punto di vista emotivo utilizzino di più i dispositivi mobili, in cerca di distrazione o confronto.

Recenti studi di (Prizbylsky & Weinstein 2017; Orben & Prizbylsky, 2019) hanno cercato di superare i limiti delle ricerche precedenti. In particolare Orben & Prizbylsky (2019) hanno combinato i tipici questionari con dei diari in cui annotare tempi e attività dedicati al digitale su un campione di ben 11.884 adolescenti e loro genitori. Ne è emersa una relazione negativa, ma poco significativa, fra tempo dedicato al digitale e benessere nell’adolescenza: misurata in modo così generico renderebbe conto di meno dell’1% delle variazioni osservate nel benessere psicologico. 

Certamente questa influenza non andrebbe comunque ignorata, ma potrebbe essere più utile identificare gli adolescenti più a rischio di subirla, approfondendo i meccanismi sottostanti.

E se proprio volessimo stabilire un tempo d’uso ideale? Gli stessi autori (Przybylski,  Orben, A., & Weinstein 2019) identificano come un uso inferiore alle 5 ore giornaliere non si associ a cambiamenti osservabili nel comportamento dei ragazzi. Livelli persino più positivi di funzionamento psicosociale, seppur con differenze minime, erano riportati da chi faceva un uso moderato delle tecnologie, fra una e due ore al giorno, rispetto a chi se ne asteneva. Pertanto, l’uso ideale del digitale starebbe nel mezzo, dato che anche il non uso diventerebbe fonte di esclusione.

Alcuni dati restituiscono una prospettiva ancora più sorprendente. Jensen e collaboratori (2019), hanno seguito 388 adolescenti per due settimane, chiedendo loro cosa stessero facendo in determinati momenti, direttamente attraverso il loro smartphone. Non sono emerse relazioni statisticamente significative tra indicatori di uso quotidiano della tecnologia e sintomi legati alla salute mentale: l’uso frequente è ormai la norma nei più giovani. Inoltre, tra gli adolescenti che facevano largo uso del digitale, coloro che dedicavano molto tempo alla creazione di contenuti online riportavano meno segnali di sofferenza psicologica rispetto a chi ci lo faceva per un tempo più vicino alla media. 

Questo ci ricorda, come vedremo meglio parlando di uso patologico della rete, di considerare sempre oltre all’attività, il contesto personale e relazionale in cui essa si sviluppa.

Fonti:

    • Istituto Superiore di Sanità (11 ottobre 2018) Dodici anni di dati Hbsc descrivono il consumo di alcol degli adolescenti europei. Disponibile su: https://www.epicentro.iss.it/alcol/AlcolHbsc2018
    • Jensen, M., George, M., Russell, M., & Odgers, C. (2019). Young Adolescents’ Digital Technology Use and Mental Health Symptoms: Little Evidence of Longitudinal or Daily Linkages. Clinical Psychological Science.
    • Livingstone, S. (2018). iGen: why today’s super-connected kids are growing up less rebellious, more tolerant, less happy–and completely unprepared for adulthood.
    • Orben, A., & Przybylski, A. K. (2019). Screens, teens, and psychological well-being: evidence from three time-use-diary studies. Psychological science, 30
    • Przybylski, A. K., Orben, A., & Weinstein, N. (2019). How Much Is Too Much? Examining the Relationship Between Digital Screen Engagement and Psychosocial Functioning in a Confirmatory Cohort Study. Journal of the American Academy of Child & Adolescent Psychiatry.
    • Przybylski, A. K., & Weinstein, N. (2017). A large-scale test of the Goldilocks Hypothesis: Quantifying the relations between digital-screen use and the mental well-being of adolescents. Psychological Science, 28(2), 204-215.
    • Samuel, A. (2017). Yes, Smartphones Are Destroying a Generation, But Not of Kids. The Digital Voyage.  Disponibile su: https://daily.jstor.org/yes-smartphones-are-destroying-a-generation-but-not-of-kids/
    • Twenge, J.M. (2018) Iperconnessi: Perché i ragazzi oggi crescono meno ribelli, piú tolleranti, meno felici e del tutto impreparati a diventare adulti. Einaudi
    • Twenge, J. M., & Park, H. (2019). The decline in adult activities among US adolescents, 1976–2016. Child development, 90(2), 638-654.