Per la consulenza, in particolare sugli studi sulle bisessualità, si ringrazia il Dott. Aurelio Castro, attivista Bi+ e ricercatore su orientamento sessuale e maschilità.

La rete, i media e i social sono un luogo di interazioni complesse che influenzano la visibilità, il vedere e l’essere visti. Offrendo possibilità di anonimato e spazi di sperimentazione sicura, permettono inoltre di ottenere informazioni, entrare in contatto con modelli possibili e trovare accettazione. Come si traduce questo per la comunità LGBT+?

Verrebbe naturale pensare che il semplice fatto di vedere sempre più persone appartenenti alla comunità LGBT+ negli spazi della rete sia in sé utile e sempre un segnale positivo. In realtà, la questione è decisamente più complessa e necessita una decostruzione del significato di rappresentazione.

Sicuramente la visibilità è un passaggio centrale per ottenere diritti: studi che hanno previsto misure di confronto tra le nazioni hanno evidenziato che l’utilizzo dei media e la libertà di stampa portano ad atteggiamenti più positivi verso l’omosessualità tra i più giovani, grazie all’aumento del numero di personaggi gay ritratti, e non solo, nella cultura popolare, Questo effetto positivo della visibilità avviene nonostante essa stessa porti anche ad aumentare le reazioni ostili ai diritti e la parità (Ayoub & Garretson, 2017).  

Tuttavia, la visibilità non migliora le vite delle persone LGBT+ se non rispetta le loro esperienze. Come fatto notare da Berliner (2018), il “dare voce” spesso è parte di campagne progettate dall’alto, che raggiungono grande esposizione, ma attraverso modalità definite in modo rigido: messaggi positivi e coerenti, trasmessi con linguaggio semplice e tecniche vicine al mondo della pubblicità. Può ad esempio venir offerta una visione particolarmente positiva del vivere da persone queer, che trascura le discriminazioni (Ayoub & Garretson, 2017). 

Anche nel web spesso le narrazioni più valorizzate sono quelle modellate da precisi topic e convenzioni. 

Per esempio, il “giovane youtuber gay” dallo stile curato, persona di successo dedita al self-branding (Lovelock, 2017), la donna lesbica molto mascolina o la persona bisex sicuramente poliamorosa e da “menage a trois”. 

Anche se una rappresentazione delle identità LGBT+ definite da una cultura mainstream da un lato le rende più accessibili, dall’altro propone una visione molto ristretta di ciò che è “accettabile” (Lovelock, 2017), così stereotipata da allontanare da sé una concreta equità ed attinenza alle vite queer (queer è un termine ombrello che viene usato per descrivere chi non si riconosce negli stereotipi della cultura dominante, nei termini di orientamento sessuale eterosessuale ed identità di genere cisgender, ma non solo).

Questo non significa che tali rappresentazioni siano in sé negative, ma che manca una molteplicità di voci alla discussione: voci di persone che subiscono discriminazioni multiple, ad esempio perché queer ed appartenenti ad una fascia socio-economica-culturale più bassa, non-bianche, con disabilità o neurodiversità (Ayoub & Garretson, 2017). 

Senza autenticità, si corre il rischio di marginalizzare l’esperienza delle persone direttamente interessate, anche nella varietà di prospettive, omologando e sensazionalizzando le loro istanze, che diventano così occasione di notorietà per marchi e personaggi famosi (Berliner, 2018).

Queerbaiting, fanfiction e rappresentazioni

Per generare cambiamento sociale, la rappresentazione non deve essere sommaria, ma inclusiva, sensata, quotidiana e motivata da buone intenzioni

Le motivazioni a rappresentare le persone LGBT+ sono l’ultimo fattore di rischio su cui vogliamo riflettere parlando del fenomeno del “queerbaiting”. Dall’unione di queer e bait (esca), questo termine viene spesso utilizzato da attivist* e fan di prodotti mediali (anche dei media tradizionali) per criticare l’inserimento di “indizi” omoerotici (Brennan, 2018) per precisa volontà di chi scrive o chi produce quel contenuto, attirando consumatori LGBT+ e sfruttando la loro necessità di sentirsi rappresentat*, senza tuttavia spingersi ad offrire una narrazione esplicita o completa del loro orientamento e della loro identità. 

Un esempio di queerbaiting spesso citato è la dichiarazione della scrittrice J.K.Rowling sull’omosessualità di Silente, a saga conclusa e senza che vi fosse alcun riferimento a ciò nei testi. Ci domandiamo se possano essere considerati come queerbaiting alcuni fenomeni talvolta visibili anche nei nuovi media, ad esempio l’utilizzo di titoli clickbait di autori che suggeriscono una presunta e poi smentita appartenenza alla comunità LGBT+.

Il termine queerbaiting ha assunto una connotazione negativa, al confronto ad esempio con il termine “ho yay”, che ha una connotazione maggiormente positiva (stando per homoeroticism, yay!)  (Brennan, 2018). Con il termine ho yay, i fan si riferiscono a momenti della trama che essi interpretano come rappresentativi di relazioni omoerotiche, anche se non vi è nulla di esplicito al riguardo nell’opera. Un famoso esempio di ho yay può essere l’interpretazione entusiastica del bacio di Aragorn a Boromir in punto di morte nel Signore degli Anelli – la Compagnia dell’Anello, come momento gay iconico o, nella stessa serie, l’amicizia tra Frodo e Sam.

Questo si intreccia al fenomeno delle slash fiction, una sottotipologia di fanfiction particolare dove viene descritta una relazione omosessuale tra due personaggi (solitamente maschili) che nella trama originale non sono legati da tale relazione. 

Le letture queer sfidano i confini dell’eteronormatività e di rigide visioni categoriche su genere e sessualità (Dhaenens, 2008), tuttavia il rischio è quello di una feticizzazione a uso e consumo per lo più di un pubblico eterosessuale, e di nuovo i grandi assenti sono proprio i protagonisti.

Web e genitorialità queer 

Particolarmente complessa può essere la situazione dei genitori LGBT+, che si trovano a gestire aspetti pubblici che riguardano anche i loro figli,  mettendo in atto strategie complesse (Balckwell et.al 2016). 

I social network possono consentire loro di valutare quanto e con chi condividere della propria identità ed esperienza, magari “tastando il terreno” attraverso la condivisione di alcuni post.

Allo stesso modo è possibile cercare persone che condividano bisogni e prospettive che non vengono solitamente riflesse dalle tipiche comunità dei genitori, e filtrare eventuali contenuti percepiti come fonti di malessere.

Tutelare il benessere proprio e dei propri cari può anche implicare il doversi trovare ripetutamente a difendere ed informare rispetto alla situazione del proprio nucleo familiare di fronte alla rete sociale. Azioni apparentemente neutre come il condividere una foto di famiglia possono diventare (o essere percepite come) delle prese di posizione attraverso l’espressione di quello che si è. Talvolta si sceglie proprio di usare i meccanismi delle piattaforme, come una foto profilo insieme al partner, per evitare ripetuti “coming out”.

La natura connessa della rete rende però particolarmente difficile la possibilità di tenere nascoste alcune informazioni per le persone LGBT+ che lo desiderano. Vista la natura uno-a-molti dei social network, e la relativa permanenza delle informazioni in rete, questo infatti non è sempre possibile, con la possibilità di subire un outing anche dalle persone vicine. D’altra parte, un disvelamento della propria identità sui social da parte di una persona LGBT+ inevitabilmente coinvolge la sua rete familiare ed amicale, con il rischio che il timore dello stigma “per associazione” porti quelle che normalmente sarebbero scelte di visibilità privata a diventare limiti dal punto di vista interpersonale, complicando ancora di più la gestione dei pubblici.

Le risorse della rete: informazione, sostegno, sperimentazione

Il fatto che il web si inserisca nell’esplorazione dell’identità, affettività e sessualità di persone LGBT+ è stato indagato da molte ricerche. Una tra queste, pur con i limiti di un campione ridotto, dimostra che Internet verrebbe usato spesso per compensare le limitazioni percepite nella vita “offline”, sia in termini di notizie disponibili che di possibilità relazionali. Sarebbe quindi utile per trovare amici e partner, informarsi su eventi LGBT+, trovare informazioni sulla salute sessuale. Queste ultime verrebbero solitamente valutate con cautela e confrontate poi con fonti “offline” (libri, professionisti…), identificate spesso anch’esse sul web (Dehaan et al., 2013). 

Un tema simile è stato affrontato anche da uno studio dove il campione (adolescenti maschi gay e bisessuali), per quanto ancora ridotto, ha il merito di aver incluso diversi gruppi etnici. I partecipanti hanno riportato di utilizzare diverse applicazioni utili per conoscere la comunità gay e bisessuale, comunicare con altre persone gay e bisessuali ed incontrarle, e trovare un clima di apertura. Ciò sembra facilitare un aumento della consapevolezza e, talvolta, anche il processo di coming out (Harper et al., 2016).

Coming out che negli ultimi anni ha trovato nella rete anche il luogo in cui realizzarsi, anche per persone molto popolari. Un esempio italiano è Willwoosh, il cui coming out come persona gay è stato particolarmente apprezzato dalla community di Youtube per la sua spontaneità e naturalezza. Allo stesso modo, il coming out di NikkieTutorial come donna transgender ha lasciato un segno importante, sia per il grande seguito della creator (circa 13 milioni di iscritti), sia perché ha raccontato di essere stata vittima di ricatti a causa della sua identità. Il coming out fatto per evitare un outing ha quindi avuto il sapore di una riappropriazione della propria storia che la community di fan che lei stessa ha creato ha particolarmente apprezzato, rispondendo per lo più con un grande affetto. (Vale la pena sottolineare qui la differenza tra coming out ed outing, dove il primo è una rivelazione spontanea fatta in prima persona relativamente al proprio orientamento sessuale o identità di genere, mentre il secondo è la diffusione dell’informazione da parte di terzi e non consensuale).

Proprio relativamente a YouTube, uno studio che ha analizzato i contenuti pubblicati su questa piattaforma da otto popolari creator transgender ha sottolineato come tali video possano essere uno strumento per la diffusione di informazioni utili, non solo per le persone transgender. Bisogna anche uscire dallo stereotipo che vede le persone LGBT+ creare solo contenuti a tema queer: i video in questione, ad esempio, toccavano una vastità di argomenti, restituendo al fruitore un’immagine complessa ed umana del* creator, contribuendo potenzialmente a ridurre stereotipi e pregiudizi (Miller, 2017). Infatti, per quanto soprattutto le piattaforme di streaming stiano offrendo sempre più spesso immagini e racconti di persone LGBT+, il valore  sociale di una narrazione in prima persona non può essere eguagliato, anche perché, attraverso la rete, essa può valicare i confini contribuendo ad appiattire le disuguaglianze tra diversi Paesi (Ayoub & Garretson, 2017).

Inoltre, la rete può essere fonte di supporto sociale per persone appartenenti alla comunità LGBT+, che riportano meno accettazione e supporto rispetto alle persone etero (Miller, 2017), e forse anche questo bisogno è alla base dell’auto-svelamento sulle piattaforme social, ad esempio sul tema del bullismo omobitransfobico (Green et al. 2015). A questo proposito, un altro studio ha evidenziato come, tra i giovani appartenenti alla comunità LGBT+, un maggiore utilizzo di internet (soprattutto se non legato alla sola consultazione, ma anche alla produzione di contenuti, in particolare nei forum) correli ad un più alto “capitale sociale” percepito (con “capitale sociale” si fa riferimento qui ad aspetti della struttura sociale, prodotti da fiducia, cooperazione e dalla possibilità di conoscere persone simili a sé, che permettono di ricevere supporto emotivo e sociale). Per questo gli autori concludono che i forum utilizzati dagli adolescenti LGBT+ sono risorse importanti, che possono aiutare al punto da avere un ruolo nella prevenzione della depressione (Cserni & Talmund, 2015). 

Ma i video di coming out, più che una mera ricerca di visibilità o supporto, si configurano come uno spazio dell’arena digitale dove le identità LGBT+ diventano intelligibili: attraverso il racconto autentico della propria esperienza queer in un mondo eteronormato (dove cioè vi è la convinzione che l’unico orientamento sessuale possibile sia l’eterosessualità) si possono produrre e far circolare strategie per negoziare un contesto culturale diverso, dove avere la giusta visibilità (Lovelock, 2019).

Un esempio sono i video che documentano il percorso di riassegnazione di persone trans, diari o autobiografie digitali che ricoprono il ruolo di esplorazione e comunicazione artistica e che possono motivare altre persone a rendersi visibili (Raun, 2014), talvolta purtroppo interpretati da un certo pubblico come il via libera ad un confronto del “grado” di transessualità di quella o quell’altra persona e della possibilità di decretare la trasformazione necessaria per rendersi accettato, rendendosi simbolo di un’incapacità di leggere i codici e le necessità di una comunità. Questo perché le produzioni che le persone LGBT+ mettono in rete non sempre hanno caratteristiche che permettono loro di diventare mainstream (Berliner 2018) (i già citati racconti di  esperienze di discriminazione e non riconoscimento, che i media generalisti tendono di solito ad evitare).    

Altro esempio è stata la campagna online #StillBisexual, dove persone Bi+, bisex e pansex hanno rivendicato il loro essere sempre attratte da più generi a prescindere dal genere del loro partner attuale e nel corso del tempo (Galupo et al., 2016). La campagna mediatica internazionale è stata massiccia, dalle molteplici storie sono stati selezionati in particolare 53 video a rappresentare le varie sfaccettature delle bisessualità (Galupo et al., 2016).

Un ultimo appunto riguarda il linguaggio, che modella gli spazi analogici e digitali, traghetta aspetti di personalità ed è foriero di cambiamenti sociali (Schwartz et al., 2013). Il web è uno dei luoghi in cui il linguaggio si modella, si crea, si amplifica, viene messo in discussione. Dall’utilizzo dell’asterisco nella parte finale della parola per una comunicazione che si rivolge anche a chi non si riconosce nella dicotomia maschio o femmina (rappresentata dalla tradizionale desinenza in a/o-e/i), fino alla diffusione di termini prima poco conosciuti al di fuori degli ambienti di attivismo (pensiamo a forme più lunghe ed inclusive della classica sigla LGBT, come LGBTQIA+, spesso oggetto di ironia). La possibilità di correggere la terminologia di persone anche in vista che si esprimono sui social ha creato una spirale spesso virtuosa di conoscenza intorno ad un linguaggio più corretto e conseguentemente ad una realtà più complessa di quella a cui siamo abituati.

Cosa si può fare dunque?

Concludendo, gli studi sono concordi nel sottolineare la necessità di promuovere un positivo utilizzo dei media utilizzando anche un occhio attento per le minoranze, che possono trovare il web particolarmente utile per approfondire ed esplorare aspetti di sé. 

Come Digitabilis ci spingiamo oltre nell’affermare che, in un’ottica di Psicologia di Comunità, proprio l’esperienza e la competenza che la comunità LGBT+ ha costruito nel creare spazi accoglienti e propositivi sul web, nonché l’esperienza nell’attivismo online e social, la rende interlocutrice preziosa per qualsiasi intervento che voglia promuovere questi aspetti.

Interventi che, coerentemente con la nostra cornice teorica e pratica, dovrebbero abbracciare mondo analogico e digitale senza inutili contrapposizioni, incontrando i bisogni delle persone e partendo da essi. Un esempio: la necessità percepita di riappropriarsi delle narrazioni che le riguardano, nel rispetto dell’ adagio “nothing about us without us”. Per questo come Digitabilis partiamo dalla letteratura scientifica, ma abbiamo intenzione di dialogare con associazioni e realtà territoriali per lavorare insieme a loro, non su o a nome loro. Pensiamo ad esempio che un intervento sul cyberbullismo omobitransfobico non possa prescindere proprio da una ri-appropriazione di narrazioni e spazi.

Sicuramente, un dialogo tra le generazioni anche nella comunità LGBT+ potrebbe coinvolgere le tecnologie, dove uno scambio di esperienze sarebbe che mai ricco dati i rapidi mutamenti di società e le esperienze possibili, e dove le capacità relazionali sviluppate nel corso della vita dai meno giovani potrebbero essere preziose ai più giovani anche per la possibilità di creare realtà sociali di cambiamento. D’altra parte le competenze tecniche dei più giovani potrebbero essere veicolo importantissimo per l’attivismo e per la riscoperta di nuove piattaforme o spazi. A questo si collega il tema della gestione della self-disclosure in rete che, come abbiamo visto, può essere strumento di rivendicazione e di ricerca di supporto, ma che si intreccia con aspetti intimi e relazionali che vanno ben al di là del digitale. 

Pertanto un progetto che coinvolga genitori e figli, con spazi di discussione comune e momenti separati come il nostro generazioni (con)divise, troverebbe nel panorama LGBT+ ulteriori spunti e temi da affrontare, dove il digitale è più che mai in  continuità con l’analogico.

Fonti ed approfondimenti:

    • Miller, B. (2017). YouTube as educator: A content analysis of issues, themes, and the educational value of transgender-created online videos. Social Media+ Society, 3(2), 2056305117716271.
    • Ayoub, P. M., & Garretson, J. (2017). Getting the message out: Media context and global changes in attitudes toward homosexuality. Comparative Political Studies, 50(8), 1055-1085.
    • Berliner, L. S. (2018). Producing queer youth: the paradox of digital media empowerment. Routledge.
    • Blackwell, L., Hardy, J., Ammari, T., Veinot, T., Lampe, C., & Schoenebeck, S. (2016, May). LGBT parents and social media: Advocacy, privacy, and disclosure during shifting social movements. In Proceedings of the 2016 CHI conference on human factors in computing systems (pp. 610-622).
    • Robert T. Cserni Ilan Talmud . “To Know that you are Not Alone: The Effect of Internet Usage on LGBT Youth’s Social Capital” In Communication and Information Technologies Annual. Published online: 30 Jan 2015; 161-182.
    • DeHaan, S., Kuper, L. E., Magee, J. C., Bigelow, L., & Mustanski, B. S. (2013). The interplay between online and offline explorations of identity, relationships, and sex: A mixed-methods study with LGBT youth. Journal of Sex Research, 50(5), 421-434.
    • Harper, G. W., Serrano, P. A., Bruce, D., & Bauermeister, J. A. (2016). The internet’s multiple roles in facilitating the sexual orientation identity development of gay and bisexual male adolescents. American journal of men’s health, 10(5), 359-376.
    • Gonzalez, K. A., Ramirez, J. L., & Galupo, M. P. (2017). “I was and still am”: Narratives of Bisexual Marking in the# StillBisexual Campaign. Sexuality & Culture, 21(2), 493-515.
    • Green, M., Bobrowicz, A., & Ang, C. S. (2015). The lesbian, gay, bisexual and transgender community online: discussions of bullying and self-disclosure in YouTube videos. Behaviour & Information Technology, 34(7), 704-712.
    • Lovelock, M. (2019). ‘My coming out story’: Lesbian, gay and bisexual youth identities on YouTube. International Journal of Cultural Studies, 22(1), 70-85.
    • Lovelock, M. (2017). ‘Is every YouTuber going to make a coming out video eventually?’: YouTube celebrity video bloggers and lesbian and gay identity. Celebrity Studies, 8(1), 87-103.
    • Schwartz, H. A., Eichstaedt, J. C., Kern, M. L., Dziurzynski, L., Ramones, S. M., Agrawal, M., … & Ungar, L. H. (2013). Personality, gender, and age in the language of social media: The open-vocabulary approach. PloS one, 8(9), e73791.
    • Brennan, J. (2018). Queerbaiting: The ‘playful’possibilities of homoeroticism. International journal of cultural studies, 21(2), 189-206.
    • Raun, T. (2015). Video blogging as a vehicle of transformation: Exploring the intersection between trans identity and information technology. International Journal of Cultural Studies, 18(3), 365-378.
    • Dhaenens, F., Van Bauwel, S., & Biltereyst, D. (2008). Slashing the fiction of queer theory: Slash fiction, queer reading, and transgressing the boundaries of screen studies, representations, and audiences. Journal of Communication Inquiry, 32(4), 335-347.