Pillole di esplorazione digitale: perché il lockdown non ci ha “resi tutti hikikomori”

Negli ultimi anni si è sentito spesso parlare di hikokomori, parola entrata ormai a far parte del vocabolario comune, a cui viene attribuito un significato “ingenuo” (e perciò inevitabilmente limitato) di un giovane maschio isolato ed apatico, che non esce dalla propria casa (e spesso dalla propria stanza) perché dipendente dalle tecnologie.

Con la pandemia di Covid19 e le restrizioni necessarie a contenerla, tutti noi ci siamo ritrovati a passare molto più tempo in casa, spesso anche davanti agli schermi. Per alcuni esperti e giornalisti, il parallelismo è stato immediato: utilizzando molto il digitale, possiamo sviluppare una dipendenza da esso, che ci porta a considerare la vita “reale” meno interessante, facendoci desiderare di fuggire da essa anche ad emergenza conclusa. Insomma,  il lockdown pone a rischio di sviluppare la sindrome di hikikomori! Durante la quarantena, infatti, diversi organi di informazione hanno titolato così i loro servizi ed articoli, ed anche adesso, a lockdown concluso, è possibile trovare online fonti che riportano un aumento dei casi di hikikomori causato dalle restrizioni dettate dal Coronavirus e, soprattutto, da un conseguente uso “eccessivo” del digitale. Aumento tanto annunciato quanto mai effettivamente riportato o quantificato.

Non è improbabile che un periodo di isolamento prolungato, non solo legittimato, ma anche richiesto, sia stato un fattore che ha scatenato dei sintomi di tipo hikikomori in persone vulnerabili. Così come è possibile che la quarantena abbia posto un freno per i progressi terapeutici di alcuni hikikomori in trattamento, come riporta ad esempio la dott.ssa Valentina Di Liberto, sociologa e Presidente della onlus Hikikomori di Milano.

Si tratta tuttavia di dinamiche molto complesse ed articolate, nelle quali la tecnologia è uno dei tanti fattori in gioco, non certo l’unico, né necessariamente negativo.

Prima di tutto, è necessario definire cosa si intende esattamente con la parola hikikomori. Sfogliando la letteratura scientifica, possiamo trovarla riferita sia ad una situazione psicopatologica definita, una “diagnosi” clinica, sia ad una modalità problematica di far fronte ad eventi stressanti.

Per la prima definizione, si fa riferimento a quella che viene spesso definita una “sindrome culturale”, diffusa in Giappone, ma presente anche in Corea e Taiwan e che sembra che si stia diffondendo anche in Paesi non orientali (Kato et al., 2015, citato in BBC, 2019). Con “sindrome culturale” si intende un modo specifico di una determinata cultura per esprimere il disagio. Alcuni studiosi, ad esempio, considerano l’esclusione volontaria degli hikikomori come una ribellione dei giovani alla tradizione giapponese, che si scontra oggi con una società completamente diversa e globalizzata.

La parola deriva da un verbo giapponese, hikikomoru, composto da due caratteri: hiki, che significa “tirare indietro” e komuru, che significa “isolarsi” (Kato et al., 2019). Le caratteristiche principali, identificate dallo stesso governo giapponese sono: ritiro dalla società per almeno sei mesi, rifiuto scolastico/lavorativo, assenza di altre psicopatologie rilevanti e di relazioni sociali.  Sembrano essere maggiormente a rischio i maschi giovani (Aguglia et al., 2010), che hanno vissuto esperienze traumatiche o subito bullismo (Kato et al., 2019; Stip et al., 2016) e dalla personalità molto introversa e riservata (Stip et al., 2016).

Il fenomeno degli hikikomori va però distinto da altri, sempre legati alla cultura nipponica, come gli otaku, giovani dediti in modo ossessivo ad una particolare attività, che può riguardare ad esempio videogiochi o fumetti, e i parasite singles, persone che scelgono il nubilato/celibato e di vivere con i genitori anche in età adulta. Il fenomeno degli hikikomori è anche cosa diversa dal fenomeno dei i NEETs (Not in Employment, Education or Training), termine utilizzato per indicare giovani adulti che, appunto, non lavorano né sono in formazione, e che vivono quindi grazie al sostentamento della famiglia, fenomeno che ha radici più economiche e sociali che psicologiche (Aguglia et al., 2010).

La seconda definizione di hikikomori fa riferimento alla possibilità che alcune persone sotto stress possano ricercare il ritiro sociale, che però sembra accompagnarsi o essere causata da altri disturbi o caratteristiche (Kato et al., 2019), come ad esempio depressione o Asperger.

Discorso a parte merita il rapporto tra hikikomori e nuove tecnologie. Qualcuno sostiene che un utilizzo troppo precoce delle nuove tecnologie possa portare ad un minore sviluppo di capacità relazionali, ponendo a rischio di ricercare l’isolamento dagli altri in situazioni di stress. Mentre il gioco “fisico” ed all’aperto stimolerebbe il confronto, lo stesso non si potrebbe dire del gioco mediato dalle tecnologie (Kato et al., 2019). Sembra quasi superfluo dire che questa teoria è stata ridimensionata da ricerche più recenti (Douglas et al., 2020).

Iniziamo con il dire che hikikomori non è un sinonimo di dipendenza da internet e neppure del discusso gaming disorder, che rientrano nel campo delle dipendenza comportamentali, caratterizzate quindi da mancanza di controllo, priorità del comportamento di dipendenza su altre attività ed interessi di vita e continuazione dello stesso nonostante conseguenze negative. Sia la sintomatologia hikikomori che la dipendenza da internet portano ad una perdita di interesse per la scuola, il lavoro o le relazioni interpersonali, ma ovviamente la natura del disagio è fortemente diversa. È vero però che, da alcune ricerche, sembra esserci una correlazione tra queste due situazioni (Stip et al., 2016).

Se però parliamo di scienza, dobbiamo sempre tenere a mente una cosa: quando due variabili “correlano”, significa che vi è una relazione tra loro, che si riscontra una regolarità tale per cui all’aumentare dei valori utilizzati per misurare la prima, aumentano anche i valori utilizzati per misurare la seconda (correlazione diretta) o diminuiscono (correlazione inversa). Possiamo dire, in questo caso, che all’aumentare del tempo passato online, aumentano i comportamenti di ritiro sociale. Attenzione però: è vero anche che all’aumentare dei comportamenti di ritiro sociale sembra aumentare il tempo passato online. Trovare una correlazione non ci dice nulla sulla direzione della relazione tra le due variabili. L’utilizzo massiccio della tecnologia potrebbe portare a passare più tempo in casa, e viceversa. Oppure, come è molto probabile, potrebbe esserci una terza variabile a causare entrambe le cose.

Alcuni professionisti fanno infatti notare che quelle stesse situazioni che prima abbiamo citato come probabili condizioni sottostanti ad un comportamento di ritiro sociale, spesso sono anche alla base di un utilizzo più massiccio delle tecnologie: ad esempio, Asperger e disturbo da deficit di attenzione ed iperattività (ADHD). Anche generiche difficoltà nelle relazioni interpersonali potrebbero portare sia a passare meno tempo fuori che a cercare gli altri attraverso la mediazione dell’online.

Inoltre, più tempo online non significa dipendenza: banalmente, le tecnologie permettono di fare acquisti o godere di forme di intrattenimento senza dover uscire di casa, e le persone hikikomori potrebbero utilizzarle di più banalmente per questa ragione. E del resto, come fare a definire, in un mondo connesso come il nostro, quando inizia una situazione di dipendenza da internet? È una domanda che interroga da tempo gli studiosi e i pareri sono contrastanti.

È chiaro che, a seconda di come considero un fenomeno, lo troverò nella popolazione in percentuali diverse. Perciò, gli studi che hanno cercato di rispondere alla domanda: “quanto è diffusa la dipendenza da internet?” hanno dato risposte molto diverse tra loro. Si va dall’ 1% al 40%! A questo punto dovrebbe sorgere quasi spontanea una riflessione: se sto cercando di misurare la presenza di un disturbo nella popolazione e questo risulta essere presente in quasi la metà di essa, forse sto considerando patologica quella che in realtà è una “fisiologica” evoluzione del comportamento umano in risposta ad una società che cambia.

Altri studiosi ritengono che hikikomori e dipendenza da internet siano due situazioni completamente distinte, portando la motivazione che il primo è comparso diversi decenni prima dell’avvento delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione (Stip et al., 2016). Da considerare il fatto che ormai le interazioni sociali avvengono in buona parte attraverso i social media e la comunicazione online potrebbe essere una modalità, per quanto “protetta”, di mantenere la socialità (Tateno et al., 2019), e quindi un aspetto da non scoraggiare, ma da cui partire per organizzare un intervento di aiuto.

E questo è quello che è successo, seppure con le dovute differenze, anche durante il lockdown. L’utilizzo di applicazioni per scrivere, chiamare e videochiamare i nostri cari ha permesso al “distanziamento sociale” di non essere completo, come nota anche la studiosa Amy Orben. Per i giovani, per i quali il contatto con i pari è centrale nel processo di crescita, questa possibilità è stata particolarmente preziosa. Quello che ha fatto la popolazione generale in risposta ad un isolamento che di “volontario” aveva ben poco, quindi, è stato cercare in modo adattivo di utilizzare gli strumenti digitali per mantenere le relazioni sociali che tanto ci mancavano.

Pertanto, no, con la quarantena non siamo “diventati tutti hikikomori”. Si tratta di una condizione complessa, ancora in fase di studio, culturalmente situata e che può accompagnarsi ad altre situazioni altrettanto sfaccettate. Utilizzare un’etichetta diagnostica o comunque descrittiva di uno stato di sofferenza per racchiudere un’esperienza collettiva, per quanto fuori dall’ordinario e stressante, può generare confusione e rischia di svalutare un fenomeno che invece merita un’attenzione competente e collettiva.