(Mis)rappresentazioni in rete della disabilità

Il digitale rappresenta, almeno in teoria, una grande opportunità per le persone disabili: può facilitare l’accesso ad esperienze, informazioni, spazi in cui sperimentarsi e trovare rappresentazione. 

Tuttavia, la rete può anche contribuire a perpetuare quelle difficoltà in termini di opportunità ed accesso che le persone disabili spesso sperimentano anche nella vita analogica, alimentando quelle che vengono chiamate “disuguaglianze socio-digitali”. Spesso ci si concentra sull’ergonomia, meno su una rete creata a misura di persone non disabili e neurotipiche (pensiamo alla prevalenza degli stimoli visivi). Solo di recente, grazie all’attivismo di persone disabili, abbiamo iniziato ad interrogarci su come rappresentazioni apparentemente innocue veicolino e normalizzino assunti problematici. 

Alcuni di questi sono particolarmente diffusi, ed ognunx di noi potrebbe esserci entratx in contatto.

Inspiration Porn

Questa atleta senza gambe corre la maratona, e tu che scuse hai?” 

Questa ragazza in sedia a rotelle fa una vita da adolescente normale, è un’eroina!

Reso celebre nel 2012 dal TED Talk di Stella Young, attivista per i diritti dei disabili oltre che giornalista e comica, l’espressione “inspiration porn” si riferisce all’utilizzo di immagini di persone disabili che fanno cose straordinarie (o del tutto ordinarie) per permettere ai “non disabili” di relativizzare i propri problemi. L’esperienza è dunque a uso e consumo dello spettatore, proprio come la pornografia. 

Centrale poi è l’idea del duro sforzo e/o dell’ottimismo con cui si superano le difficoltà. Ma la disabilità non è un prodotto dell’atteggiamento individuale, ma dell’incontro tra caratteristiche personali e l’ambiente. Il rischio è quello di biasimare chi “non si impegna abbastanza” e sottovalutare la necessità di contesti inclusivi.

Come disse la stessa Young: “sorridere alle scale non le farà diventare una rampa”.

Desperation porn

Bambina cieca si consola cantando quando è impaurita”

L’obiettivo, anche qui, è solitamente quello di rendere relative le sofferenze dello spettatore, confrontandole con quelle di una persona “meno fortunata” in un momento difficile. All’estremo opposto del disabile “supereroe” si propone quindi un’immagine di vittima da compatire, che merita la nostra pietà.

La sofferenza è qualcosa di molto personale, che non è detto che le persone ritratte in questo tipo di contenuti volessero diffondere. Inoltre, la vita delle persone disabili non ne è per forza segnata, e neppure si esaurisce in essa. Anzi, può essere generatrice di forme di cultura peculiari, che non sono solo adattamento e trasposizioni di quelle dei “non disabili” (ad esempio, la comunità non udente sfrutta le peculiarità della Lingua dei Segni).

Corsa alla carità

”Questa è mia cugina, ha la sindrome di Down e pensa di essere brutta. Gli lasci un like per dirle che in realtà è bella?” 

“Nessuno si sedeva a pranzo con lui ma il campione di basket della scuola l’ha fatto!” 

Si tratta di una tattica spesso usata per generare traffico verso pagine social facendo leva sui sentimenti di persone ben intenzionate. Ѐ discutibile dal punto di vista etico, dato che spesso si utilizzano immagini diffuse e decontestualizzate senza il consenso delle persone che appaiono. Inoltre, presenta le persone disabili come sofferenti e bisognose di aiuto, che deve arrivare da un “buon samaritano”. 

Questa “carità” però rimanda poi ad un gesto individuale, più che ai fattori contestuali che influenzano la vita delle persone disabili: perché nessuno ha incluso quel ragazzino? L’emozione facile fa dimenticare come il problema possa rimanere a livello sistemico: quando non ci sarà più l’aiutante, cosa succederà? 

Ma intanto abbiamo avuto la nostra storia a lieto fine. Storia che è anche “eccezionale”, quasi come se rapportarsi con persone disabili lo sia, ed ancora una volta il merito è di persone non disabili.

Lo “smascheramento” 

“Ai miei tempi le sedie a rotelle erano per i disabili, non per gli obesi!”

Sebbene meno presenti nel contesto italiano, circolano talvolta meme e stati riguardo persone che riceverebbero benefici immotivati da un disabilità vera o presunta. 

Questo rimanda a situazioni assai sgradevoli spesso vissute dalle persone disabili nella vita “analogica”, che si trovano a dover “giustificare” e spiegare una condizione magari non evidente: pensiamo alle persone con varie forme di dolore cronico, spesso accusate di fingere o di enfatizzare i propri sintomi.

L’idea che una persona debba “giustificare” la propria condizione legittima una spinta a dover mostrare aspetti della propria identità che magari si vorrebbe lasciare privati, forzando ad una sovraesposizione, di nuovo, ad uso e consumo di chi non conosce e condivide determinate esperienze. 

Storie di cambiamento 

“Era così, adesso…”

Diffuse sugli schermi televisivi, si trovano anche in rete: la persona disabile che attraverso un “makeover” cambia il suo aspetto o alcune sue caratteristiche. 

Queste storie implicano che il corpo disabile debba essere vissuto in modo negativo e soprattutto “corretto” per mimare quello non disabile e rientrare nei canoni da esso dettato. Qualora questo non sia possibile, come nel caso dei deficit intellettivi, allora la narrazione punta spesso all’infantilizzazione delle persone, tenendole ben lontane da aspetti come la sessualità o la rabbia e consegnandocene un’immagine stereotipata ma facilmente accettabile. 

 

In un mondo connesso, la nostra identità è qualcosa che sviluppiamo anche mettendola in scena davanti a dei pubblici. Ma se in questo si perpetuato le stesse pratiche di costruzione di senso della vita analogica, ecco che le possibilità di costruzione identitaria delle persone disabili vengono fortemente limitate, e vanno a costruire una gamma ristretta di modalità in cui  poter vedersi rappresentatx. 

Come per altre minoranze, è fondamentale chiederci se le narrazioni online diventano inclusione, costruzione di relazioni e opportunità. Ancora una volta emerge il terzo livello del divario digitale: in questo caso persone disabili, che pur avendo accesso e abilità per l’utilizzo della rete, trovano un panorama limitato e limitante di espressioni possibili. Fortunatamente, sempre più l’attivismo sta colmando questo gap, trovando e soprattutto creando spazi di rappresentazione.

Essere “digitalmente abili” vuol dire anche essere consapevoli di quanto il nostro contributo alla rete possa avere effetti non sempre evidenti. Quando parliamo di diffusione problematica dell’informazione il pensiero spesso va alle fake news, ed è facile non considerare quello che condividiamo, magari convinti di star facendo del bene. Impariamo invece a riconoscere questi ed altri contributi, problematici non tanto in quanto falsi, ma in quanto fonti di stereotipi e discriminazioni.