Non siamo pigri!

NEET tra psicologia, società e digitale

  “La nostra società disciplina e terrorizza i giovani impedendo loro di seguire la propria strada, i propri percorsi, i propri necessari errori…”.

 [Miguel Benasayag, filosofo e psicoanalista]

Negli ultimi decenni si è iniziato a parlare, anche a livello politico, di un fenomeno prima poco conosciuto: stiamo parlando dei NEET.

NEET è un termine che individua le persone di età compresa tra i 15 e i 29 anni (ma alcune statistiche fanno riferimento a fasce di età diverse, come 15-24 o 15-34), che non lavorano né sono inserite in un percorso di istruzione o formazione. NEET infatti è un acronimo che sta per Not in Education, Employment or Training. Tale acronimo si utilizza dagli anni ’90; dal 2010, il “tasso di NEET” in Europa è indicatore di riferimento per analizzare la condizione delle nuove generazioni.

Cosa si intende, di preciso, per “non occupato né inserito in un percorso di istruzione o formazione”?

I percorsi di istruzione e formazione a cui si fa riferimento sono sia  formali che informali  (Sacco, 2019). La definizione “non occupato”, poi, non ci dice nulla sul tipo di lavoro assente (part time, full time, precario …) (Elder et al., 2015) e raggruppa diverse situazioni: sia le persone in cerca di occupazione (il 55%) che quelle indisponibili al lavoro in quanto impegnati/e in responsabilità familiari (il 20%, per lo più donne) o con particolari problemi di salute. Sia, infine, le persone che potrebbero lavorare, ma non cercano un’occupazione, definiti “indisponibili”. Questi ultimi costituiscono circa il 14,5% dei NEET in Italia, e sono per lo più molto giovani e con livelli di istruzione bassi (Sacco, 2019). 

Tuttavia, i NEET vengono spesso descritti come persone che non sono disponibili a lavorare, o che non cercano lavoro perché non sanno come fare o non pensano di poterlo trovare (Elder, 2015). Vi è addirittura l’idea che sia questa la definizione di NEET mentre, come abbiamo visto, descrive solo una minima parte del fenomeno. 

Questo pone anche una riflessione sull’utilizzo stesso del termine NEET. I diversi studi, nel corso degli anni, hanno offerto definizioni leggermente differenti. La definizione “standard” e corretta, vicina ad essere un sinonimo di disoccupato, esclude però chi si sta formando. 

Tuttavia include, ad esempio, donne impegnate in lavori di cura, che possono anche non avere l’obiettivo di trovare un impiego fuori casa. Etichettare negativamente questi percorsi di vita, senza valorizzare il carico invisibile di impegno che comportano, può essere controproducente, ciò a prescindere dalla consapevolezza che l’impossibilità di conciliare lavoro dentro e fuori casa si lega ad aspetti sociali e culturali complessi che richiedono di essere affrontati. Anche alcuni periodi di transizione sono formalmente etichettabili come situazioni NEET, ma, di nuovo, ciò non significa che non siano spazi che possono generare possibilità (es. il primo periodo senza guadagni di un libero professionista). La parola NEET rimanda ad una forma di esclusione, ma non ci dice nulla sullo stato d’animo di chi ne è descritto. Sebbene sia possibile fare delle analisi e delle ipotesi, è bene ricordare che parlare di NEET come di giovani “persi”, dando per scontato una loro omogeneità, è assolutamente generalizzante (Elder, 2015; Sergi et.al 2018). 

Essere NEET è una situazione che riguarda il 23,4% dei giovani in Italia (parliamo di circa 2.116.000 persone), prima in Europa per numero di NEET, con un importante distacco dalla Grecia, seconda con 19,5% NEET, dalla Bulgaria (18,1%), dalla Romania (17%) e dalla Croazia (15,6%). La media europea è del 12,9%. In Italia, la maggior parte dei NEET (47%) ha un’età di 25-29 anni, seguiti dal 38% dei giovani tra 20 e 24 anni e dal 15% di quelli tra 15 e 19 anni. Leggermente di più le donne, la metà ha un diploma di scuola secondaria superiore, l’11% ha una laurea. Il 14,5% dei NEET in Italia è straniero. Le differenze sono marcate tra Nord e Sud Italia (15,5% vs 34%) (Sacco, 2019). Inoltre al Nord il fenomeno riguarda per lo più gli uomini, mentre al Sud per lo più donne (De Luca et al., 2019).

Le cause

Questi dati (Monti, 2017) non sono una “conseguenza inevitabile” della crisi economica, e lo vediamo dal confronto con altri Paesi, dove anche il welfare ha saputo fare la differenza.

Va anche considerato che non tutti i contesti sono uguali: alcuni offrono meno opportunità ai ragazzi per affrancarsi (es. situazioni socio-economico-culturali e familiari più svantaggiate o fragili). Anche essere migrante, donna (soprattutto se giovane e/o dopo la maternità) o persona con disabilità può portare più facilmente a vedersi limitare nelle proprie possibilità (Innocenti Report card 15, 2018 Centro di ricerca dell’UNICEF, in Sacco, 2019). Questi fattori possono sommarsi tra loro ed avere un effetto negativo sul percorso educativo, fin da piccoli, a meno che non vengano messe in atto politiche ed interventi mirati. Se insomma trattiamo “tutti i bambini allo stesso modo” gli svantaggi che li colpiscono non si livelleranno, anzi andranno a propagarsi. Questo è il tema delle disuguaglianze sociali: persone con meno risorse avranno, generalmente, accesso a meno possibilità. Inoltre, sentirsi “bloccati” in un ambiente che limita le proprie possibilità di azione può instaurare un circolo vizioso alimentato anche da vissuti di sfiducia (Sacco, 2019). Sono, ad esempio, più a rischio di NEET anche i giovani con aspirazioni occupazionali incerte o disallineate con le loro aspettative, situazione che si ritrova soprattutto in ambienti impoveriti, e che in questi è maggiormente dannosa (Yates et al., 2010). 

Il nostro Paese, purtroppo, presenta anche dati preoccupanti relativi alla dispersione scolastica, altro importante fattore di rischio per lo sviluppo di una situazione di tipo NEET. Del resto, nel nostro Paese non è presente un adeguato investimento strutturale nel settore dell’educazione, il che ha portato a una percentuale di laureati tra le più basse d’Europa (Terzo Rapporto Supplementare alle Nazioni Unite sul monitoraggio della Convenzione sui Diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza in Italia, 2017, in Sacco, 2019). Specularmente, in Italia, nel 2013, i giovanissimi tra 7 e 15 che avevano lavorato in una qualche occasione erano circa 340.000. Un problema di contatto precoce al lavoro legato, più che ad aspetti economici, a una generale svalutazione per l’istruzione (Sacco, 2019).

Anche tra chi prosegue gli studi, il percorso educativo italiano non sembra promuovere lo sviluppo di abilità molto richieste dal mondo del lavoro. Tra queste, molte sono legate al digitale (es. abilità tecniche come lo sviluppo di software). Altre, seppur trasversali, in rete diventano ancora più rilevanti (es. problem solving, comprensione di testi) (Agrusti & Corradi, 2015).

A livello familiare, la nostra cultura prevede una prolungata permanenza nel nucleo di origine, che viene abbandonato spesso in occasione del matrimonio e molto tempo dopo la conclusione del percorso formativo. Manca inoltre un sostegno sociale nelle fasi di transizione, e così l’autonomia diventa sempre più difficile da acquisire. Vi è poi uno scarso incoraggiamento all’inserimento lavorativo delle donne (Agnoli, in Sacco, 2019; De Luca, 2019). A  tutto questo, molti giovani e molte giovani rispondono migrando in altri Paesi: decisione che hanno preso in più di 100.000 nel corso del 2015 (Fondazione Migrantes, 2016).

Il fenomeno dei NEET, può essere quindi letto come una forma di sofferenza ed esclusione, in buona parte derivante da un vuoto del sistema scuola e della società. Non va per questo confuso con il fenomeno degli hikikomori, di cui abbiamo parlato qui, “sindrome culturale” o espressione di sofferenza dovuta a psicopatologie o condizioni di vario genere.

In comune tra i NEET e gli hikikomori, intesi come persone sofferenti di una sindrome culturale, vi è il fatto che il ritiro dalla società, produttiva o nella sua totalità, è a volte inteso anche dalla persona stessa come un rifiuto rivolto ad un mondo che per primo è rifiutante, competitivo, non altruista, urlando, anche in modo poco consapevole, “questa società, questa scuola, il mondo del lavoro: non ci piacciono, non ci accolgono” (Sacco , 2019).

A livello più individuale vi è anche la diffusione di stati di incertezza e di ansia. La mancanza di certezza sul futuro (a causa della crisi economica e di un senso di precarietà, dato anche da problemi come i cambiamenti climatici) porta a sfiducia nei confronti dell’Altro (verso il quale spesso si è chiamati a competere) e delle Istituzioni, come la scuola (Sacco, 2019), motivata da dati come il seguente: in Italia, solo poco più della metà dei laureati trova un impiego a tre anni dalla laurea (Mastropierro, in Sacco, 2019).

I giovani NEET hanno in media minori capacità di problem solving, di literacy, comunicative (come l’autopresentazione, fondamentale nella ricerca del lavoro), di ricerca di informazioni, e un basso senso di autoefficacia (Helsper, 2016, 2017; Buchanan & Tuckerman, 2016). Utilizzano più spesso strategie fallimentari di fronte a situazioni ed esperienze negative, con atteggiamenti passivi, distruttivi o fatalistici. Vedono la formazione come necessaria per imparare abilità tecniche, mentre non la ritengono utile per le abilità creative e sociali.  

Il rapporto con il digitale

Nonostante spesso il fenomeno dei NEET venga immaginato come causato da un utilizzo “eccessivo” del digitale, le cause e fattori che lo mantengono sono da ricercarsi nell’esclusione sociale e digitale, che tra loro si intrecciano ed impediscono di accedere a possibilità lavorative, formative, ma anche di intrattenimento. Sembra ad esempio che i giovani NEET abbiano accesso ad un minore range di dispositivi, spesso condivisi e con conseguenti difficoltà ad utilizzarli in un ambiente tranquillo e privato (es. utilizzo di wi-fi condivisi o pubblici). Questo ovviamente pone a rischio di isolamento, a causa della difficoltà di contattare altre persone ed amici. L’esclusione offline ritorna poi nuovamente all’online, con un rischio maggiore di subire cyberbullismo o attacchi sul web, in un circolo vizioso all’interno del quale si inserisce anche lo stigma che vivono le persone che condividono l’identità di NEET (Buchanan & Tuckerman, 2016; Helsper, 2016).

Tuttavia, con esclusione digitale non si intende solo un effettivo minor uso in termini di tempo passato online, (altri dati – es. Buchanan & Tuckerman, 2016 – riportano invece un uso maggiore, probabilmente per il fatto di disporre di più tempo libero), ma, spesso, una minore possibilità di sfruttarne le potenzialità. Entrano infatti in gioco motivazioni, attitudini, ed anche gli ambienti sociali sul web e non (Helsper, 2011, 2016, 2017).

I giovani NEET hanno spesso un rapporto controverso con il digitale. Sono più restii ad utilizzarlo, poiché spesso li fa sentire frustrati e sfiduciati verso gli altri: pensano, più dei giovani non NEET, che non ci si può fidare di nessuno (o quasi) online, e ciò ovviamente influisce negativamente sulla possibilità di avere esperienze positive in rete (Helsper, 2016). Essi vedono il mondo offline ed online come separati e non co-esistenti e, se non hanno un approccio negativo verso il web, tuttavia sentono minore pressione sociale al suo utilizzo: sostengono che non perderebbero nulla di rilevante se non avessero più a disposizione il loro smartphone. La rete è un mondo pieno di possibilità, ma non per loro (Helsper, 2017)

In particolare la ricerca di lavoro online è un’esperienza descritta come frustrante e demotivante. La mancanza di risposta o la ricezione di risposte automatiche di rifiuto vengono prese come affronti personali. Questo può essere compreso alla luce delle storie personali, ma anche del contesto sociale in cui si trovano a vivere. La narrazione prevalente, poi, dipinge i giovani e le giovani NEET come sciocchi, pigri, “choosy”, riportando una spiegazione della loro situazione solo a livello individuale (Helsper, 2017). Una storia di esperienze di deprivazione può inoltre portare ad abbandonare percorsi formativi e a sedimentare bassi livelli di autostima e motivazione, rinforzando un circolo vizioso di disinvestimento in nuove possibilità (Stewart et al., 2016).

I giovani in situazioni di svantaggio possono anche contare su minori aiuti e supporti, e quelli disponibili sono spesso inesperti, anche per quanto riguarda eventuali difficoltà legate all’utilizzo delle tecnologie, difficoltà che vengono riconosciute dai NEET quasi esclusivamente quando riguardano aspetti tecnici. I NEET svolgono online un minor numero di attività, spesso solitarie o rivolte a poche persone (Helsper, 2016, 2017). Le tecnologie sono spesso utilizzate senza riflessione ed in modo passivo nei confronti dell’apprendimento e dei messaggi ricevuti (Agrusti & Corradi, 2015).

Criticità del termine

La ricerca a cui fa riferimento il Report “il silenzio dei NEET” ha permesso uno sguardo complesso sulla stessa definizione, come ci dicono le parole della Psicologa dell’Associazione Compare di Napoli, che dice:

Rispetto ai dati raccolti è necessario domandarsi se in alcuni casi corrispondono ad una reale lettura della realtà: molti ragazzi infatti apparentemente e formalmente sembrano NEET, ma nella realtà casomai hanno talenti e passioni che coltivano nella loro intimità di casa o tra gli amici, senza riuscire ad esprimerle all’esterno, per la loro fragilità e timidezza ed anche perché si trovano di fronte ad un mondo caratterizzato da prevaricazioni e rapporti di forza in cui si sentono perdenti. Oppure molti ragazzi e giovani sono impegnati in lavori legati all’economia sommersa e il lavoro nero o nella cura dei genitori o fratelli in carcere, cosa che formalmente li rende NEET ma nella pratica invece hanno una vita molto impegnata”.

È quindi necessario superare la prospettiva che vede il fenomeno come frutto di mancanza di qualità morali come “forza di volontà”, “impegno” o “spirito di sacrificio”, ma anche da una visione limitata all’analisi di variabili intrapsichiche o intrafamiliari, per abbracciare una prospettiva sociale e di comunità che sappia riconoscere il peso delle disuguaglianze e di un diverso accesso a possibilità formative, lavorative o anche solo di desiderio e progettualità, nell’analogico così come nel digitale.

Ma si tratta anche di prendere consapevolezza che non tutti i NEET sono persone effettivamente “a rischio”: in molti hanno diverse risorse su cui possono contare! Il pericolo è quello di voler aiutare, ad esempio attraverso percorsi formativi, persone che si stanno dedicando ad altro in questo momento della loro vita, di sottovalutare chi lavora o studia ma non è comunque incluso in società, di non dare la giusta attenzione a situazioni di disagio globale di cui lo stato di NEET è solo una componente. Insomma, di identificare una parte di popolazione per quello che non è, non tenendo conto delle differenze, delle ragioni dello stato e dei tipi di supporto che possono richiedere.

Possibili interventi

Per includere i giovani NEET sono necessarie azioni su più livelli, che coinvolgano diversi attori sul territorio e che puntino all’empowerment degli stessi ragazzi, i primi interlocutori nonché i veri esperti delle proprie difficoltà e potenzialità (Barbas, 2017).

Tra i tentativi fatti per offrire sostegno ai NEET, il più capillare è Garanzia Giovani, che ha l’obiettivo di favorire l’accesso dei ragazzi e delle ragazze al mondo del lavoro. Purtroppo i risultati, dopo anni di progettualità, sono deludenti: solo il 17,5% dei NEET che ha aderito al programma ha trovato un’occupazione (Sacco, 2019).

Come può il digitale venirci in aiuto? Sicuramente la creazione di posti di lavoro e lo sviluppo delle competenze, soprattutto in ambito digitale, sono tra le priorità, insieme all’aumento dell’equità. I progetti che hanno cercato di rispondere a queste esigenze sono diversi. Ad esempio, NEETin coinvolge gli istituti di formazione superiore ed imprese per promuovere l’apprendimento continuo delle competenze digitali, secondo un modello centrato sullo studente (Barbas, 2017).

Spesso i giovani e le giovani NEET o a rischio di diventarlo utilizzano il digitale per attività piacevoli ed hanno costruito delle capacità in situazioni informali o di gioco, ma non le ritengono utili o traslabili nel mondo lavorativo (Helsper, 2016). Per questo, diversi progetti di inclusione utilizzano strategie che coinvolgono giochi digitali, anche su piattaforme mobili, maggiormente utilizzate dai giovani. Questi progetti permettono di ingaggiare i destinatari offrendo occasioni di formazione ed esperienza in ambiti apprezzati e che possono controbilanciare le frequenti esperienze negative passate. Si sono rivelati capaci di aumentare la partecipazione sociale e specifiche capacità oltre al benessere ed all’empowerment (Stewart et al., 2013).

Essendo centrale il tema delle disuguaglianze bisogna però fare attenzione a quanto queste iniziative, per quanto ben intenzionate, siano autenticamente inclusive, prendendo in considerazione anche le motivazioni e le attitudini dei giovani e delle giovani NEET. Se è utile offrire occasioni per formarsi e acquisire competenze, esse possono non poter essere coltivate nel proprio contesto di vita e dunque risultare poco utili e attraenti. Un corso di programmazione può essere ad esempio interessante, ma difficilmente sfruttabile in un ambiente domestico dove bisogna prendersi cura di familiari, come nelle situazioni sopra descritte (Helsper, 2017).

Inoltre, appare importante l’implementazione di programmi che coinvolgano trasversalmente tutti i giovani piuttosto che sulla singola categoria NEET, per promuovere processi partecipativi dai quali tutti e tutte possano trarre risorse e possibilità (Yates & Payne 2006). 

Va inoltre esplicitato il fatto che nostre risposte al fenomeno NEET fanno spesso riferimento ad un modello di inclusione sociale dove il lavoro salariato è visto come centrale per far parte della società (Avis, 2014). Il digitale sta però offrendo un numero sempre di maggiore di percorsi difficili da ricondurre alle tipiche categorie professionali. In esso cosa è lavoro, cos’è formazione? Possiamo definire NEET gli  aspiranti influencer? Le persone che guadagnano cifre anche considerevoli come performer attraverso canali e piattaforme online, stanno lavorando? Un ragazzino che vuole diventare un e-sportivo professionista passa molto tempo a giocare o si sta allenando?

Tutti temi su cui riflettere per una comprensione e di conseguenza una risposta al fenomeno che sia davvero efficace ed adatta al periodo storico che stiamo vivendo.

 

Riferimenti ed approfondimenti:

  • Avis, J. (2014). Beyond NEET: precariousness, ideology and social justice–the 99%. Power and Education, 6(1), 61-72.
  • Agrusti, G., & Corradi, F. (2015). Teachers’ perceptions and conceptualizations of low educational achievers: a self-fulfilling prophecy of disengagement for future NEETs. The Qualitative Report, 20(8), 1313.
  • Barbas, M. P., Branco, P., Loureiro, A., & Matos, P. (2017). NEETin with ICT. Universal Journal of Educational Research, 5(4), 537-543.
  • Buchanan, S., & Tuckerman, L. (2016). The information behaviours of disadvantaged and disengaged adolescents. Journal of documentation, 72(3), 527-548.
  • De Luca, G., Mazzocchi, P., Quintano, C., & Rocca, A. (2019). Italian NEETs in 2005–2016: Have the recent labour market reforms produced any effect?. CESifo Economic Studies, 65(2), 154-176.
  • Elder, S. (2015). What does NEETs mean and why is the concept so easily misinterpreted?. ILO.
  • Fondazione Migrantes (2016), Rapporto Italiani nel Mondo 2016, tan Editrice, Perugia, Italy
  • Helsper, E. J. (2011). Digital disconnect: Issues of social exclusion, vulnerability and digital (dis) engagement. Perspectives of web, 2.
  • Helsper, E. (2016). Slipping through the net: Are disadvantaged young people being left further behind in the digital era.
  • Helsper, E. J. (2017). A socio-digital ecology approach to understanding digital inequalities among young people. Journal of children and media, 11(2), 256-260.
  • Monti, L. (2017). Generational Divide: A New Model to Measure and Prevent Youth Social and Economic Discrimination. Rev. Eur. Stud., 9, 151.
  • Yates, S., Harris, A., Sabates, R., & Staff, J. (2011). Early occupational aspirations and fractured transitions: a study of entry into ‘NEET’ status in the UK. Journal of social policy, 40(3), 513-534.
  • Yates, S., & Payne, M. (2006). Not so NEET? A critique of the use of ‘NEET’ in setting targets for interventions with young people. Journal of youth studies, 9(3), 329-344
  • Sacco, A. (2019). Il silenzio dei NEET-giovani in bilico tra rinuncia e desiderio. Roma: UNICEF.
  • Stewart, J., Bleumers, L., Van Looy, J., Mariën, I., All, A., Schurmans, D., … & Misuraca, G. (2013). The potential of digital games for empowerment and social inclusion of groups at risk of social and economic exclusion: evidence and opportunity for policy. Joint Research Centre, European Commission.