Screenshot e ri-condivisione di contenuti online:

quali implicazioni sociali e legali?

due donne guardano il tablet, un uomo con il computer davanti allunga la testa per spiare il loro schermo

Questo articolo è stato scritto “a quattro mani“: la parte relativa alla giurisprudenza è a cura di Caronte Consultancy

 

Parlare di diffusione dell’informazione in rete vuol dire anche considerare quanto questa sia cambiata grazie alle tecnologie digitali. Nel digitale, la permanenza delle informazioni è potenzialmente eterna; la riproducibilità delle stesse, con gli strumenti giusti, è immediata (potere del copia-incolla!), così come la modifica (possiamo editare video e foto in un attimo, ma anche spostare i contenuti da un luogo all’altro della rete, modificandone il significato).

La ricondivisione dei contenuti è un fenomeno diffusissimo in rete, tanto da essere, ormai, un’attività abituale degli utenti. Questo può avvenire usando funzioni dedicate nelle piattaforme, ma quando queste non sono presenti può bastare uno screenshot per poi farlo circolare.

Un’azione che per molti appare innocua ma che può avere dei risvolti negativi se praticata senza il consenso del proprietario dei contenuti.

La condivisione di conversazioni private sui social, spesso, viene considerata come un momento di goliardia, con cui gli utenti possono vivere momenti di spensieratezza e spezzare la monotonia delle giornate. 

Il pettegolezzo, il segreto violato, le azioni in pubblico di cui pentirsi in seguito sono sempre esistite. Ma era molto più difficile conservare esattamente parole ed immagini e diffonderle in ambienti “online” diversi. E questo fa sì che spesso i contenuti escano dal contesto originario, con conseguenze molto complesse: possono essere fraintesi o presentati in modo tendenzioso, senza il controllo di chi li ha realizzati. È il caso delle immagini pubblicate senza intento prettamente erotico, come una foto in costume, presentate poi da altre persone in chat come stimolo sessuale e diventate oggetto di commenti anche violenti.

Provate a pensare ad uno scambio di battute tra amici talmente divertente da non fare a meno di poterlo condividere tramite una storia di Instagram o Facebook. Tale pratica parrebbe innocua, fino a che un utente non pubblichi un contenuto che non dovrebbe essere diffuso o per cui non gli è stato dato il consenso per farlo.

In questi casi ci si domanda quali sono i limiti che l’utente non deve oltrepassare per incorrere in una violazione della privacy o addirittura essere sanzionato penalmente.

Certamente, per poter esaminare la questione in modo chiaro e concreto è necessario fare alcune precisazioni.

Quando inviamo, pubblichiamo ed inoltriamo lo screenshot ad un gruppo di persone, l’incriminazione sussiste quando tali atti vadano a ledere i diritti della persona oggetto delle conversazioni.

Quindi questo fa supporre che non sempre  la condivisione pubblica di una conversazione costituisce reato, a meno che quest’ultimo non violi il diritto alla privacy o alla reputazione. Infatti, spesso si da per scontato che il pubblicare il contenuto di una chat senza l’esplicito consenso della persona interessata, abbia dei risvolti esclusivamente penalistici, legati al tanto citato “reato di diffamazione”.

In realtà, è bene considerare che non tutte le azioni che riguardano la pubblicazione di chat private possono sfociare in una violazione di legge. 

Infatti, affinché si configuri un comportamento sanzionabile è necessario che durante l’atto di pubblicazione vengano diffusi dati personali, quali questioni private o condizioni di salute, o vengano lesi l’immagine e la dignità della persona.

Se, per esempio, dallo screenshot pubblicato in un contesto pubblico, come i social media, si facesse riferimento al nome/cognome della persona o addirittura al suo numero di telefono, allora in quel caso si costituirebbe a tutti gli effetti un illecito che potrebbe avere conseguenze penali.

Si pensi ad un amico al quale avete confidato un episodio della vostra vita privata e che tramite un post decida di pubblicare quanto vi siete riferiti in confidenza. 

Quindi la tutela risiede in tutti quei casi in cui l’oggetto della lesione sia un fatto, o anche un’immagine, che un soggetto ha vissuto o di cui è protagonista e che non avrebbe mai voluto esternare. 

A volte l’esternazione di un fatto privato ha delle conseguenze devastanti sulla persona, che non solo interessano la sfera personale ma possono riversarsi anche in ambito lavorativo.

Basti pensare all’invio, in una rete accessibile a tutti, di un’immagine in cui si viene ritratti in azione buffa in cui si prende in giro il proprio capo. Con riferimento a questo esempio è facile intuire quali sono le possibili dinamiche che possono scatenarsi! Anche se una parte del diritto dichiara che per un licenziamento in tronco debbano sussistere delle giustificazioni solide e non solo limitarsi al singolo episodio, come la totale rottura del vincolo fiduciario, il fatto di mettere in piazza un video in cui si prende in giro il proprio capo non frena di certo il pericolo di eventuali ripercussioni.

Immaginate anche il solo dissenso che l’autore del video potrebbe acquisire tra i colleghi, con i quali magari aveva costruito un ottimo rapporto e che per tale fatto si è deteriorato, incidendo anche sul lavoro di squadra.

In questi casi, la violazione della privacy non riguarderebbe solo il diritto di mantenere privato l’episodio pubblicato, ma anche una serie di conseguenze che incidono su altri fronti, peggiorando la vita sociale e lavorativa della persona.

Non tutto quello che facciamo in spazi pubblici è rivolto a tutto il pubblico. Nella nostra vita “offline” possiamo evitare di fermarci ad origliare una conversazione per strada, o ritenere, dopo aver assistito a una scena imbarazzante, che sia meglio tenerla per noi. 

In rete può essere facile non considerare come una condivisione, per quanto tecnicamente possibile, possa avere conseguenze per altri. Specialmente quando, magari dopo essere stato scaricato, il contenuto non può più essere rimosso direttamente da chi l’ha realizzato. Restando esposto ad occhi per i quali non era stato progettato.

Il pubblico al quale ci rivolgiamo, nell’analogico come in digitale, coincide solo in parte con quello reale. Immaginiamo di rivolgerci a qualcuno, ma non sempre la nostra previsione si rivela corretta. 

Se lo ricorda bene chi ha detto qualcosa di poco gradevole su un collega, insegnante o vicino di casa, per poi scoprirsi visto e sentito. 

Ma anche chi ha condiviso una storia Instagram destinata ad una persona specifica, per poi non veder comparire il suo nome nella lista di chi ha visualizzato.

Il modo in cui percepiamo gli spazi e le persone intorno a noi influenza la nostra comunicazione, anche per questo possiamo scegliere ambienti diversi della rete per diversi messaggi. Le caratteristiche di questi spazi, proprio come quelli analogici, cambiano nel tempo: è il caso di Facebook, abbandonato dai più giovani per Instagram prima e TikTok successivamente, sentiti come più adeguati ad esprimersi lontano dallo sguardo (e dal giudizio) degli adulti.

Ed è chiaro come un contenuto creato e pensato per TikTok possa apparire strano, bizzarro, forse anche sconveniente al popolo di Facebook, con un’età media più alta e non abituato a certe dinamiche o simboli.

Diventa quindi necessaria una riflessione comune su quali limiti e scopi vogliamo porre alla condivisione. 

Così facendo, andiamo a chiamare in causa anche i nostri valori e il modo in cui viviamo il pubblico e il privato: ciò può declinarsi in modo diverso per ogni singolo contenuto. Proprio per questo, la possibilità tecnica di compiere un atto non significa che esso sia benefico nei suoi esiti.

Resta da chiarire cosa fare se si è vittime di queste pratiche illecite!

Sicuramente prima di ricorrere alle Forze dell’Ordine per sporgere querela, la vittima deve munirsi di tutte le prove concrete che chiariscono i fatti che hanno leso la sua sfera personale, con riferimento a post o stories o screenshot che ritraggono l’immagine o la conversazione privata.

Al tempo stesso la condivisione può essere forma di denuncia, resistenza, rivalutazione. Portare la comunicazione agli occhi di un nuovo pubblico permette di richiamare alla responsabilità per un sopruso, di cercare supporto, di favorire letture alternative di quanto accaduto. E questo può avere un grande impatto in situazioni dove i rapporti di potere non sono egualitari, oppure quando il contenuto diffuso riguarda una persona investita di un ruolo.

In questo senso, oltre ad un approfondimento sulla sicurezza e la legalità o meno delle pratiche, è necessario assumere una prospettiva che includa il tema della vulnerabilità: diversi soggetti hanno diverse risorse e possibilità di affrontare l’esposizione nei diversi contesti e momenti.

Si tratta di dinamiche complesse e stratificate, la cui gestione non sempre può limitarsi alle singole persone, ma può richiedere il contributo dei vari spettatori, che possono intervenire per legittimare posizioni, prendere le parti di chi si trova espostə, riportare ai contesti originari il messaggio.

Non basta, quindi, domandarsi quali possano essere le possibili conseguenze della diffusione di un contenuto privato. È importante ampliare l’interrogativo oltre ai confini di ciò che siamo abituati a considerare privato e concentrarci anche su come utilizziamo contenuti segnalati come “pubblici”.

Non è sufficiente, per quanto necessario, “mettersi nei panni” della persona di cui vediamo un contenuto ricondiviso fuori dal suo controllo. È necessario anche interrogarci sui rapporti di potere che intercorrono tra tutte le persone coinvolte, e in particolare sul nostro ruolo, soprattutto se siamo adulti, e in quanto tali chiamati a fare da esempio.