ADOLESCENZA

adolescenza


“Alle volte uno si crede incompleto ed è soltanto giovane”

[I. Calvino]

L’adolescenza è l’età in cui si pone la sfida dell’autonomia psicologica e sociale. Ed altrettanto autonomi vorrebbero essere i ragazzi nell’uso dei dispositivi digitali e della rete, suscitando preoccupazioni da parte degli adulti.

Nel virtuale infatti i ragazzi trovano occasioni per confrontarsi con temi che caratterizzano questa fase della vita:

  • Identità: chi sono e cosa voglio diventare?
  • Intimità: saper mantenere e gestire relazioni significative.
  • Desiderio: esplorare e familiarizzare con i propri impulsi (Steinberg, 2008, in Valkenburg & Peter, 2011).

Per lo sviluppo di questi aspetti, gli adolescenti devono necessariamente confrontarsi con gli altri. Nel farlo, osservano le loro reazioni e si regolano di conseguenza. Scegliere le informazioni di sé da presentare e ricevere feedback è un processo centrale per la formazione della propria identità. Questo non significa che i ragazzi presentino sui social una versione idealizzata di sé, ma che mostrano o omettono dettagli a seconda del pubblico (Walther, 2007, in Shapiro & Mangolin, 2014).

Di conseguenza i ragazzi integrano aspetti della loro identità sociale nel proprio senso di sé. Inoltre, imparano mano a mano a capire quando e come rivelare aspetti intimi e personali, sviluppando relazioni reciproche di amicizia e di natura romantica.

Non deve quindi stupire che gli adolescenti facciano così largo uso della comunicazione mediata. Essa infatti offre soluzioni più o meno inedite ai loro bisogni (Valkenburg & Peter, 2011), attraverso questo doppio processo di auto-svelamento ed auto-presentazione (Shapiro & Mangolin, 2014).

Sempre connessi

Internet garantisce agli adolescenti l’accesso a una quantità di informazioni e di contenuti senza pari rispetto alle generazioni che li hanno preceduti. Questo, combinato con l’uso autonomo e riservato permesso dai dispositivi mobili, spesso lontano dallo sguardo degli adulti, permette il contatto con materiale di ogni tipo. Non è più frequente aspettare la trasmissione di un film o di un brano musicale, dato che alla logica tradizionale del canale si è sostituita quella dell’accesso su richiesta.

L’essere immersi nel flusso costante della rete porta anche forme d’ansia peculiari: il timore di “perdersi” un evento detta FOMO (Fear Of Missing Out), o di trovarsi disconnessi (nomofobia) (Guarnaccia, 2018).

Questa rivoluzione rende più facile il contatto con contenuti diversi da quelli dell’ambiente geografico, culturale e valoriale che circonda il ragazzo nel mondo reale. Non mancano infatti le appropriazioni di aspetti estetici e comportamentali presi da altre culture, “contaminazioni” che sono ormai la norma in un mondo globalizzato.

Altrettanto facile può essere procurarsi materiale considerato non adeguato dagli adulti di riferimento, il cui esempio più comune è la pornografia. Alcuni contenuti, anche prodotti da altri adolescenti, potrebbero avere un impatto negativo sul benessere psicofisico: esperienze di disturbi alimentari, idee suicide o autolesionistiche, informazioni sull’uso di sostanze, sfide ad alto rischio.

Eppure una delle più grandi risorse della rete è proprio la produzione di contenuti all’interno delle così definite “culture partecipative” (Jenkins, 2006) e delle comunità ad esse legate. Gli adolescenti possono in esse connettersi a persone con interessi e obiettivi affini, che vanno dall’essere fan di un determinato prodotto mediatico fino alle cause sociali e politiche (Alario,Ramaci & Magnano, 2016).

Lontano dagli adulti, tanti possibili sé

L’adolescente storicamente cerca spazi di espressione lontani dallo sguardo degli adulti dove potersi confrontare con i coetanei, in gruppi spesso caratterizzati da norme che accomunano e distinguono rispetto all’esterno.

Anche i luoghi virtuali hanno una forte connotazione identitaria. Lo stesso Facebook, al centro di tante preoccupazioni, è ormai considerato un posto “da vecchi” dopo che le generazioni precedenti hanno iniziato a popolarlo. Gli vengono preferiti spazi fortemente orientati all’immagine e a subculture in cui identificarsi, come Instagram e TikTok.

Esistono però anche spazi in cui giocare con l’identità. L’esempio più tradizionale è quello delle chat, dove si può interagire dietro anonimato più o meno totale. Ma molto più attuale è la possibilità di sperimentare attraverso profili e identità diverse legate a singoli ruoli o interessi. Questa molteplicità, presente anche nella vita quotidiana, può diventare problematica quando parti diverse vengono in contatto con uno stesso osservatore o contrastano fortemente (Boyd, 2014). Al tempo stesso ha un ruolo prezioso nel permettere di coltivare in sicurezza aspetti personali che non ci si sente pronti a mostrare a pubblici più vasti.

Questa prospettiva può aiutarci a comprendere perché i ragazzi possono comportarsi a scuola o in famiglia in un certo modo per poi apparire completamente diversi nei loro profili social. Qual è il ragazzo “vero”? Forse tutti! Sono impegnati in processo di crescita in cui vedono comunità e pubblici desiderati a cui vorrebbero avvicinarsi e altri da cui vorrebbero differenziarsi.

Comune è anche la ricerca di modelli, e in questo la rete permette di sentirsi più vicini che mai ad idoli di vario genere, come la celebrità che svela dettagli della propria vita quotidiana o il piccolo o grande influencer. Questo rende più facili paragoni in verticale inevitabilmente perdenti, ma al tempo stesso permette una grande varietà di potenziali figure di riferimento.

I giovani competenti mettono in gioco la loro identità e i loro interessi fra diversi contesti, comprendendo e rispettando norme e pratiche delle varie comunità. Se sono interessati ad un certo argomento che non viene trattato a scuola lo possono esplorare in una comunità online, dove coinvolgere altri coetanei. Molti adolescenti, più che muoversi in segmenti reali e virtuali, agiscono in modo adeguato in diversi contesti (Scarcelli & Riva, 2017).

Non tutti gli adolescenti sembrano trarre beneficio di queste possibilità allo stesso modo (Shapiro & Mangolin, 2014). Da un lato i giovani con maggior successo sociale nella vita “analogica” sembrano ottenere più facilmente successo anche nelle piattaforme digitali. Al tempo stesso la rete può offrire relazioni supportive per i ragazzi che vivono esperienze potenzialmente marginalizzanti come l’essere affetti da malattie croniche, appartenere a minoranze etniche o sessuali.

Così vicini attraverso lo schermo

Se per l’adolescente è importante distinguersi, altrettanto lo è sperimentare forme di affiliazione e accettazione da parte dei coetanei. Un’accusa per questo spesso rivolta ai più giovani è quella di vivere in un mondo di finte relazioni, pieni di “amici” solo dietro a uno schermo. La realtà è però più complessa.

Malgrado esistano effettivamente situazioni di grave ritiro sociale dove l’uso di Internet diventa l’unico spazio comunicativo, la letteratura supporta l’ipotesi che attraverso la rete avvenga più spesso un rinforzo e stimolazione dei legami esistenti piuttosto che un impoverimento e uno “spostamento” (Valkenburg & Peter, 2007). Questo sembra avvenire, oltre che per la maggior frequenza di interazioni “leggere” con persone anche distanti, per la possibilità di condividere contenuti emotivamente vividi in un ambiente sicuro.

Contrariamente all’assunto diffuso per cui la comunicazione mediata sia “fredda” l’uso della scrittura o delle immagini può permettere di esprimere pensieri ed emozioni significative, così come si faceva un tempo attraverso le lettere (Boyd, 2014). É anche possibile inoltre approcciare qualcuno in modo informale a partire da contenuti e interessi condivisi, che sempre più frequentemente uniscono giovani anche di diverse nazionalità.

In pubblico, ma non pubblici

Al centro di queste pratiche ci sono dunque i materiali mediali che l’adolescente consuma ma soprattutto produce e condivide. Strettamente legato è il tema della privacy: agli occhi degli adulti gli adolescenti sembrano sempre o troppo “aperti” o troppo “chiusi”. I ragazzi infatti richiedono una privacy rispetto a chi ha potere su di loro, il diritto a essere ignorati riguardo i “fatti propri”. Ad esempio non vogliono mostrare ai genitori contenuti che pur condividono con un pubblico ampio. Malgrado gli adulti possano ritenere di avere il diritto di visionare tutto quel che gli adolescenti pubblicano, i giovani spesso non sono d’accordo.

Essere in pubblico è infatti diverso da essere pubblici: non significa desiderare che ogni nostra espressione venga amplificata, sebbene i confini non siano sempre facili da mantenere. Si tratta di un rivendicare anche online la “disattenzione civile” che consente a persone di negoziare rispettosamente gli spazi pubblici: ad esempio se mi trovo all’aperto il fatto che altri possano ascoltare la mia conversazione non significa sia appropriato farlo (Boyd, 2014).

La comunicazione fra il mondo adulto e quello dell’adolescente su questi temi tende a essere purtroppo a senso unico e verticale, complici anche pregiudizi portati avanti da entrambe le generazioni. I giovani spesso ritengono l’esperienza di genitori ed educatori poco applicabile ai nuovi mondi che stanno esplorando, fatta eccezione per una minoranza di figure modello, mentre gli adulti tendono a vedere i media digitali come una sorta di corpo estraneo da regolamentare o si sentono spiazzati di fronte alle competenze che vedono in figli ed allievi.

Ma le competenze sono e devono diventare sempre più circolari, tra gli spazi (virtuali e non) e tra le generazioni (Scarcelli & Riva 2017).

Le capacità tecniche dei ragazzi, in particolare, hanno spesso a che fare con il “bricolage tecnologico” (Scarcelli & Riva, 2017) che vede i giovani appropriarsi di media tradizionali e nuovi già esistenti, combinandoli in base alle loro esigenze del momento.

I linguaggi e strumenti scelti cambiano rapidamente a seconda delle necessità che sembrano in grado di soddisfare, mentre il loro sviluppo è in parte determinato proprio dall’utenza, che a sua volta non ha ancora piene capacità critiche e relazionali.

Che fare dunque come genitore o educatore?

Di fronte a queste prospettive inedite ci proponiamo di superare la logica della contrapposizione: il virtuale ormai è reale, e occorre usare i suoi strumenti in modo consapevole per sviluppare insieme ai ragazzi soluzioni adeguate ai bisogni e alle aspirazioni di ciascuno.

L’impatto generale delle tecnologie sul benessere degli adolescenti è meno drammatico di quanto si tenda a pensare: l’analisi di dati su larga scala condotta da Orben & Przybylski (2019) mostra una associazione complessivamente negativa, ma molto modesta, tanto da far concludere gli autori che non si tratta di un tema che meriti particolare preoccupazione.

Nell’uso dei social media da parte dei teenagers è importante bilanciare il bisogno di controllo dei genitori con il bisogno dei figli di mantenere un senso di autonomia. Una buona metafora può essere quella della “finestra digitale” (Yardi & Bruckman, 2011) attraverso la quale le attività online sono condivise con i genitori, ma i dettagli rimangono nascosti.

Come ci aspettiamo che i ragazzi inizino a sperimentare, ma anche a fare scelte consapevoli, nel mondo analogico, lo stesso è bene richiedere in quello digitale. E questo non riguarda soltanto le proprie azioni ma anche come queste influenzano gli altri e gli ambienti che si frequentano.

Bibliografia:

Approfondimenti:

Yalda, T. U., Ellison, N.B., and Subrahmanyam, K. (2017) “Benefits and costs of social media in adolescence.” Pediatrics 140. Supplement 2: S67-S70.