INFANZIA

infanzia

“Non possiamo proteggere i nostri figli dalla vita, ma dobbiamo prepararli ad affrontarla”.

[Rudolf Dreikurs, psichiatra e educatore]

“Quando, quanto e come?” così si possono riassumere molte delle domande poste dai genitori quando si parla di minori su internet. Dove inizia il “troppo”, in che modo controllare e dare regole?

Rispetto alle prime due variabili si può fare riferimento alle recenti linee guida della società italiana di pediatria (Bozzola et al., 2018), e dei loro colleghi americani (AAP, 2016) che offrono anche delle indicazioni in termini di “ore giornaliere” adeguate all’età. Eppure queste indicazioni risultano spesso lontane dalle pratiche reali dei bambini e di chi si prende cura di loro (alzi la mano chi di voi non ha mai dato il cellulare in pizzeria)

Cosa succede?

Secondo una ricerca i bambini europei di 9 anni trascorrono mediamente 88 minuti on-line al giorno.

Si collegano sul Web oltre che per ricerche scolastiche e giochi on-line, soprattutto per ascoltare musica e guardare video, ad esempio attraverso YouTube.

Già a 9 anni diversi bambini sono iscritti a Social Network e servizi di messaggistica istantanea, nonostante l’età minima richiesta sia 13 anni, e li usano per comunicare e condividere contenuti (Livingstone, Haddon, Görzig & Ólafsson, 2011).

Desiderano infatti poter contattare i loro coetanei in ogni momento ed ovunque, discutendo con loro ed organizzando attività da fare insieme. Inoltre i Social sono utilizzati anche per trascorrere il tempo e rilassarsi. I bambini generalmente sostengono di saper gestire perfettamente un profilo Social, ma in realtà gli studi dimostrano che spesso non possiedono le competenze tecniche e relazionali necessarie.

La maggior parte dei bambini non sa riconoscere comportamenti inappropriati sul web. Meno di un terzo critica le informazioni che trova su internet e dichiara di essere in grado di valutare la loro validità (Pedone, 2017).

In relazione a ciò, cosa pensano e come si comportano gli adulti?

I genitori, da parte loro, spesso non sanno esattamente cosa faccia on-line il figlio (Guarnaccia, 2018)

Genitori ed insegnanti sentono il bisogno di gestire l’uso che i bambini fanno delle tecnologie. Hanno paura che siano troppo stimolanti e che li isolino.

Da un lato vorrebbero insegnare ai bambini ad usare bene le nuove tecnologie presto, favorendo la loro autonomia. Dall’altro lato, però, vorrebbero proteggerli dai rischi, facendo in modo di tenerli lontani dal mondo on-line il più a lungo possibile (t@ndem, 2017).

Gli spazi di gioco virtuali

Per il bambino, giocare è un’attività fondamentale. Il gioco gli permette di conoscere le proprie emozioni, di allenare il pensiero astratto e l’interazione con gli altri. Lo prepara, insomma, alla vita adulta.

Spesso ci chiediamo cosa ci trovino i bambini a stare tutto quel tempo davanti agli schermi, eppure non dobbiamo vedere il gioco “virtuale” come contrapposto a quello “concreto”.

Viviamo tutti in un mondo dove la tecnologia è sempre più presente. Non c’è da stupirsi, dunque, se i bambini imitano le attività dei grandi. E’ anche normale che siano incuriositi dai dispositivi tecnologici. I giochi che propongono infatti sono stimolanti ed interattivi. Questo è vero anche per quanto riguarda i videogiochi per pc o playstation. Il videogioco offre la possibilità di provare molte emozioni diverse: il giocatore è protagonista, autore delle sue azioni. Per questo raggiungere un traguardo in un videogioco è un’esperienza che offre soddisfazioni! Per raggiungere quel traguardo il bambino dovrà superare diversi ostacoli. Attraverso il videogioco,quindi, il bambino può anche imparare a tollerare le frustrazione (Isbister, 2016).

I videogiochi possono anche assumere il ruolo di “spazio pubblico” dove i bambini possono stare assieme senza un’attività strutturata dagli adulti: un moderno campetto! Sono diversi i giochi che possono essere giocati on-line in gruppo, come il popolarissimo “Fortnite”. Non è raro vedere bambini giocare davanti allo schermo con le cuffie, parlando con amici e compagni di scuola più che dedicando attenzione al gioco in sé. E nel gioco di gruppo, specialmente se in squadra o nei mondi personalizzabili alla “minecraft”, i bambini si trovano a dover fare i conti con la presenza dell’altro e lavorare verso un obiettivo comune (Shapiro, 2018).

Che fare dunque come genitori o educatori?

Le piattaforme virtuali offrono una straordinaria gamma di opportunità. I bambini oggi possono partecipare in modo sempre più autonomo alla vita online, con la possibilità di:

  • giocare, comunicare, condividere e ricevere informazioni;
  • esprimere loro stessi, esplorando le loro identità;
  • imparare da altre culture;
  • comprendere ed apprezzare le diversità;
  • avere accesso ad informazioni riguardanti la salute o a fonti di consigli e aiuti;
  • conoscere i loro diritti e denunciare abusi e violazioni;
  • esprimere opinioni (Kardefelt-Winther, 2019).

Ai genitori viene spesso detto di “non usare gli schermi come babysitter”.

Questa indicazione veniva già proposta relativamente alla televisione. Si trattava però di uno strumento che offriva meno possibilità: per questo era relativamente più facile accompagnare i bambini al suo utilizzo, ponendo limiti di tempo, guardando insieme i programmi adatti e discutendone. L’utilizzo di internet e dei social media è molto diverso, ed offre possibilità sempre più numerose, diverse e complesse. Smartphone e tablet sono personali e possono essere portati ovunque e hanno ritmi più fluidi di quelli del palinsesto televisivo.

Come genitori non è possibile “chiamarsi fuori” dall’argomento. Il web è presente nella vita di tutti ed è estremamente difficile ignorare la sua influenza nella vita quotidiana. Le nuove generazioni vanno accompagnate in questo nuovo ambiente, come in tutti gli altri aspetti della vita. E’ necessario quindi essere consapevoli rispetto al tema delle moderne tecnologie, dei rischi che comportano e degli strumenti per evitarli. Altrimenti le nuove generazioni, i “nativi digitali”, continueranno ad usare ampiamente le tecnologie senza conoscerne il funzionamento e senza potersi difendere da possibili rischi (Guarnaccia, 2018).

Questo è vero per i genitori, ma anche per chiunque ricopra un ruolo di educatore o educatrice, in particolare i docenti. Il loro ruolo di guida è centrale anche in questo ambito: lo ha sottolineato recentemente anche il Piano Nazionale Scuola Digitale. In questo documento si sottolinea l’importanza della formazione dei docenti affinché possano trasmettere adeguate competenze digitali agli alunni fin dalla scuola primaria (Pedone, 2017).

Inoltre, è possibile creare regole condivise già dall’infanzia. Quando si parla di regole condivise ci si riferisce sia a regole decise insieme, collaborando con i figli, sia a regole valide per tutta la famiglia. Fare da esempio è fondamentale.

In questo modo i bambini si sentono anche più rispettati rispetto a quando, ad esempio, vengono scelte modalità più rigide come la confisca dei dispositivi. Inoltre, se queste regole sono vissute anche in modo giocoso, saranno motivati dall’aspetto ludico. Ad esempio ci si può “sfidare” a chi riesce a stare più tempo senza smartphone, trovando alternative altrettanto divertenti! (Ko, Choi, Yang, Lee & Lee, U., 2015).

E’ importante, per i genitori:

  • porre regole condivise e co-calibrate, dando il buon esempio.
  • creare delle condizioni in cui il bambino può imparare, accompagnato, in prima persona. Fornire un elenco di informazioni senza permettere la sperimentazione rischia di non essere utile.
  • ricordare che per un positivo utilizzo delle nuove tecnologie, in particolare delle piattaforme social, non servono solo competenze tecniche. Il bambino va aiutato nel riconoscimento delle emozioni che stare on-line (e non solo) gli provoca. Ad esempio: quel videogioco avventuroso mi fa sentire forte, quell’immagine violenta al telegiornale mi turba, ricevere apprezzamenti per un contenuto che condivido mi lusinga. Il bambino può sviluppare un senso critico e di responsabilità rispetto al suo stare on-line anche giocando e divertendosi.

Come in tutti gli ambienti, anche nell’utilizzo dei media i bambini, imparando, sbaglieranno. Sono momenti da gestire con empatia, preziosi come occasione di insegnamento. Mettersi nei panni del bambino, capire perché ha fatto quell’errore, quali motivazioni l’hanno mosso può essere prezioso per riuscire a spiegarli più efficacemente perché ha sbagliato e perché è importante non farlo più (AAP, 2018).

Rischi ed opportunità

Noi di Digitabilis incoraggiamo il fatto che i bambini vengano coinvolti con i genitori in attività che permettano di imparare assieme mantenendo una relazione positiva. Questa non è solo una scelta “di cuore”, ma coerente con la letteratura europea sull’argomento, che ci mostra come i genitori tendano ad usare due tipologie di strategie.

Si parla tecnicamente di un tipo di “mediazione parentale” partecipata. Con il termine “mediazione parentale” in questo ambito si intendono i possibili modi di accompagnare i figli nell’utilizzo dei dispositivi come smartphone e tablet. Ci sono in realtà tanti modi per farlo, e tante pratiche di “mediazione parentale”.

Generalmente i genitori che non si sentono competenti nell’utilizzo delle tecnologie e le considerano fonte di problemi tendono a porre regole molto rigide rispetto al loro utilizzo. Utilizzano quindi pratiche di “mediazione parentale” di tipo “restrittivo”, che in effetti mette il bambino al riparo dai rischi ma fa perdere loro occasioni per imparare.

I genitori che invece sentono sé stessi e i figli come più capaci utilizzano strategie di mediazione abilitante. Pongono quindi regole meno rigide rispetto all’utilizzo dei dispositivi e permettono al figlio di esplorare. In questo modo aumentano le opportunità, ma anche i rischi, che vengono accettati confidando nell’essere preparati ad affrontarli (Livingstone, Ólafsson, Helsper, Lupiáñez-Villanueva, Veltri & Folkvord, 2017).

Come si può notare entrambe le strategie hanno difetti, ma non per questo attingere da entrambe è soluzione efficace. La combinazione di queste strategie per il bambino è possibile fonte di ansia, perché appare incoerente (Nikken & Schols, 2015).

Si rischia infatti di spingerlo all’autonomia senza offrirgli strumenti per evitare i pericoli, o di invitarlo ad imparare da questo nuovo ambiente senza dargli possibilità di esplorare.

In un mondo sempre più mediato i figli di genitori restrittivi, con un accesso minore e più tardo alla rete, rischiano di sviluppare un bagaglio minore di competenze. La fiducia nelle proprie abilità e l’apertura ad imparare sono così le basi a rischiare di inasprire le diseguaglianze: bambini con genitori che si sentono competenti avranno più opportunità per diventare adulti capaci (Livingstone, Ólafsson, Helsper, Lupiáñez-Villanueva, Veltri & Folkvord, 2017).

L’alfabetizzazione mediatica è dunque un investimento per le generazioni future, in un mondo dove la tecnologia sarà sempre più centrale anche nel mondo del lavoro.

I nostri percorsi per l’infanzia sono pensati per questo: aiutiamo i genitori a trovare modi e spazi per esplorare il virtuale insieme ai loro figli. Per vivere bene in un mondo connesso, anche fra le generazioni!

Bibliografia:

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