EQUITÀ NELL’USO DELLA RETE

giustizia bendata

Non c’è nulla che sia ingiusto quanto far parti uguali fra disuguali”.

[Don Lorenzo Milani]

Tutti uguali grazie alla rete?

La rete, proprio come il mondo analogico, è un insieme di spazi, ognuno con le sue regole e rapporti di potere, da cui emergono disuguaglianze. Queste si legano alle differenze tra le persone e alle diverse possibilità di accesso alle risorse e di realizzazione personale e partecipazione.

In molti immaginano la rete come il luogo in cui le disuguaglianze non esistono, in quanto essa ha portato una rivoluzione nella possibilità di esprimersi ed accedere all’informazione (McQuail, 2019). Tuttavia l’online è anche potenziale spazio di controllo ed accentramento del potere. Inoltre, il diritto alla “libertà di espressione” può venire invocato in contrapposizione alla tutela di diritti personali e collettivi. Perciò, equità e libertà non sono sinonimi!

Possiamo invece considerare l’equità come un principio volto a tutelare sia la libertà individuale, intesa come la possibilità di realizzare il proprio potenziale, che l’uguaglianza e i diritti di base di tutti gli esseri umani.

A livello sociale, le disuguaglianze si producono e mantengono attraverso diversi processi (Therborn, 2012). Per quanto fattori come l’impegno o le capacità personali siano importanti, a persone provenienti da contesti di vita svantaggiati o appartenenti a determinati gruppi è spesso precluso l’accesso alle risorse (esclusione). Otterranno perciò, a partire dalle stesse azioni, risultati diversi e minori. Quindi alcune persone avranno successo, mentre altre resteranno indietro (distanziamento). Inoltre, spesso accade che i vantaggi dei più fortunati derivino e dipendano dalle fatiche delle persone più svantaggiate (sfruttamento). Queste differenze si mantengono anche attraverso l’attribuzione di diversi valori a determinate caratteristiche o attività (gerarchizzazione).

Tutti questi processi sono presenti nella nostra società a livello sistemico, cioè diffuso e strutturale, per quanto si mantengano su azioni individuali o di gruppo. Essi sono stati descritti nella società “analogica”, ma possono essere contestualizzati nel digitale. Dunque le disuguaglianze analogiche sono in intersezione con quelle digitali, che pertanto non possono essere analizzate in modo separato dalle prime. D’altra parte, specifiche forme di esclusione digitale portano a svantaggi offline, secondo una relazione circolare (Robinson et.al, 2015, 2020; Lupac, 2018).

Esse, se non vengono indirizzate, non fanno che inasprirsi. Chi ha risorse, opportunità, competenze tende a diventare sempre più “ricco”, mentre chi ha meno vantaggi iniziali tende a veder peggiorare la propria situazione (Helsper & Van Deursen, 2017). Insomma “a chi ha sarà dato”, come recita un versetto del Vangelo di Matteo, che dà il nome al fenomeno: “effetto San Matteo”.

Le disuguaglianze possono emergere in modo diverso nelle diverse fasi di vita. Bambini ed adolescenti, per esempio, possono crescere in famiglie che investono, oppure no, nella loro alfabetizzazione mediatica, riuscendo quindi a gestire in modo più o meno efficace i rapporti con i coetanei. Nella vita adulta, invece, le competenze digitali possono essere sviluppate e/o richieste dal mondo del lavoro, ma anche entrare a far parte della gestione della vita privata. Persone di terza età che non hanno modi e competenze per accedere al digitale possono veder acuito il rischio di marginalizzazione, che non verrà limitato se le proposte offerte non saranno in linea con i loro bisogni.

Altre caratteristiche personali contribuiscono a determinare le prospettive rispetto al digitale. Le aspettative relative ai ruoli di genere, specialmente dove sono più radicate nel sistema educativo e valoriale, legano abilità ed usi della rete diversi al maschile o al femminile, intesi secondo un rigido binarismo. Persone con malattie croniche, disabili o non neurotipiche possono trovarsi ad usare dispositivi e piattaforme che non sempre sono in sintonia con le loro esigenze. I gruppi etnici marginalizzati rischiano di veder replicata nel digitale la stessa rete ristretta ed omogenea in termini di modelli e opportunità. La sessualità trova in rete spazi di espressione, ma anche di competizione, vulnerabilità all’esposizione e contatti indesiderati.

Alcune delle fonti più evidenti di disuguaglianza riguardano poi il rapporto delle persone con i loro ambienti, sia analogici che digitali. Lo status, inteso come accesso alle risorse, è legato non soltanto al possesso di dispositivi, ma anche alla varietà di attività che vengono svolte con essi. Gli stessi contesti di vita e la rete sociale contribuiscono a plasmare le pratiche delle persone, rendendone difficili alcune e incoraggiandone altre.

Le forme della disuguaglianza

Divari digitali

Non tutte le persone partecipano alla rete allo stesso modo, e questo ha effetti sullo sviluppo sociale, economico e sui processi democratici (Van Dijck, 2020).

Negli anni 2000 questo tema veniva letto solo nei termini di accesso o meno alla rete, riconoscendo unicamente la differenza tra chi aveva un computer ed una connessione internet e chi no, analizzando quindi il divario digitale di primo livello.

Esso è stato superato solo in parte grazie alla diffusione di connessioni e dispositivi a basso costo, e permane in forme più sfumate. Ad esempio, per chi ha meno risorse economiche può essere un’esperienza comune doversi affidare a dispositivi malfunzionanti, condivisi con altri o a connessioni pubbliche. Inoltre, non tutte le persone che hanno le disponibilità economiche scelgono di acquistare nuovi strumenti digitali, per credenze e motivazioni individuali (Van Deursen & Van Dijk, 2019).

Soprattutto, l’accesso non esaurisce i divari. Infatti il divario digitale di secondo livello è relativo ai tipi di uso della rete ed alle abilità che in esso vengono messe in gioco (Scheerder et al., 2017).

Le abilità tecniche sono quelle più spesso considerate quando si parla di digitale, quelle insomma più legate ad un effettivo “saper usare” gli strumenti e le piattaforme. Esse sono in effetti importanti per trarre beneficio dalla rete, ma è imprescindibile che siano efficaci e flessibili, dato il rapido cambiamento degli ambienti digitali. Le abilità tecniche così intese non sono scontate, neppure tra i giovani e i giovanissimi, definiti con un termine problematico “nativi digitali”: la loro confidenza con gli strumenti viene spesso confusa con effettiva padronanza.

Inoltre nel digitale non siamo solo spettatori, ma anche possibili produttori: le abilità creative, con le quali dare il proprio contributo alla rete, non sono ancora ampiamente diffuse e sfruttate adeguatamente in ampie fasce della popolazione.

La nostra presenza online implica poi vari livelli di contatto e interazione con l’altro (Helsper & Van Deursen, 2017), le abilità comunicative/relazionali sono quindi fondamentali.

Molto importanti sono anche le abilità critiche: la loro assenza implica non solo vulnerabilità rispetto ai messaggi falsi, ma anche il non avere una strategia per muoversi nella rete. Ci si fa dunque guidare dalle proposte delle piattaforme, come quando è un algoritmo a scegliere i prossimi video per noi: contenuti che difficilmente arricchiranno le nostre esperienze.

La partecipazione non è legata solo alle abilità, ma anche alla nostra confidenza rispetto ad esse. Chi appartiene ad alcune categorie (come le donne, gli anziani o chi viene da contesti di povertà) può percepirsi poco capace a prescindere dalle sue effettive abilità, ad esempio per l’influenza di stereotipi sociali che vedono i giovani uomini come “naturalmente” più portati per la tecnologia. La confidenza dipende ovviamente anche dall’uso che viene effettivamente fatto della rete, in termini di tipo di attività e tempo dedicato.

Questo ci porta ad un altro ed ultimo tipo di divario digitale: il divario digitale di terzo livello, quello relativo agli esiti. Anche fra persone che mostrano profili d’uso simili e hanno accesso autonomo a facile alla rete, questo non si traduce in risultati favorevoli per tutti (Van Deursen & Helsper, 2015). L’ingaggio in molte attività può essere positivo, ma se non lo sono anche le interazioni con gli altri, incontrati online, la partecipazione ne risente. Alcune abilità, per quanto sviluppate, possono poi diventare fonte di rischio in situazioni specifiche, come nel caso di chi è molto capace nel produrre video e si espone personalmente, ma senza gli strumenti per gestire il proprio rapporto con il pubblico.

Per spiegare meglio questo tema, ci siamo serviti di due esempi: Francesco ed Olga, due bambini immaginati, che fanno da prototipi per parlare di fenomeni reali. Non vanno presi come stereotipi: le loro caratteristiche non per forza si traducono in vantaggi o svantaggi. E, anche se il nostro esempio riguarda i più giovani, i divari digitali interessano tutte le età, seppur in modi diversi.

Francesco è probabilmente un bambino intelligente, ma ha avuto opportunità e risorse diverse rispetto a Olga. I genitori di entrambi vogliono il meglio per i loro figli, ma non hanno le stesse possibilità di ottenerlo: sono diverse le loro conoscenze, la loro situazione familiare e il loro contesto di vita.

Nell’educazione e nel sociale è molto bello lavorare con Francesco, anche perché porta grandi soddisfazioni. Ma se vogliamo evitare un mondo sempre più diviso e far si che le opportunità del digitale siano condivise, allora dobbiamo pensare anche e soprattutto a Olga. Questo può richiedere uno sforzo in più, e non può esaurirsi nel pensiero che basti dare un portatile per costruire equità.

Ma attenzione: non é detto che Olga abbia bisogno di maggiore aiuto in tutto. Ad esempio, il suo appartenere ad una minoranza la potrebbe portare a sviluppare abilità nel ricercare affiliazione e confronto di cui Francesco potrebbe mancare. Ogni territorio ed ogni situazione richiedono lo studio del contesto e dei dati a nostra disposizione.

Discriminazioni

Se i divari digitali emergono nell’incontro tra la persona e le nuove tecnologie, possiamo concepire le discriminazioni in rete come frutto del processo inverso. Qui l’individuo è oggetto di un trattamento differenziale ed ingiusto per le sue caratteristiche: la rete è solo apparentemente uno spazio “neutro” dove l’identità “non conta”!

Una forma di discriminazione che può essere anche apparentemente benevola è quella che riguarda le rappresentazioni di alcuni gruppi, ad esempio persone LGBT+ o con disabilità. Esse, anche quando presenti, possono essere limitate, poco aderenti alla realtà o strumentalizzate.

Questo avviene anche per meccanismi di funzionamento delle stesse piattaforme. Anche quando pensiamo di non rivelare nulla di noi, i motori di ricerca e le banche dati dei siti web ci “conoscono” meglio di quanto sospettiamo. E insieme all’obiettivo di proposte più mirate per il nostro profilo, tendono a replicare i rapporti di potere e a mantenere disparità in quella che viene definita “discriminazione algoritmica”.

La discriminazione, poi, può anche essere perpetrata dagli altri attori della rete. Essa può raggiungere la sua forma più esplicita nel discorso d’odio e in quelle forme di prevaricazione digitale legate all’identità personale come il body shaming o il revenge porn. Queste sono possibili proprio per la valenza data ad alcuni aspetti dell’identità o azioni, da cui parte l’attacco personale. Chi ne è vittima può trovarsi a ridurre la propria presenza online o a rinunciare all’espressione di parti della propria identità.

Esclusione digitale

Ogni persona è quindi ingaggiata in modo diverso con il digitale, anche a causa dell’azione delle disuguaglianze. Tuttavia, questo non significa che sia sempre auspicabile un uso maggiore della rete, o che alcune attività online siano intrinsecamente migliori di altre. Il digitale non è altro che un nuovo ambiente, dove ognuno dovrebbe potersi muovere a seconda di ciò che sente desiderabile, dei suoi bisogni e delle sue progettualità.

Pertanto, l’inclusione va promossa secondo una prospettiva di continuità tra digitale ed analogico, dove al centro deve esserci il rispetto di tutte le soggettività e di tutte le esigenze.

 

Un uso del digitale inclusivo ha quindi le seguenti caratteristiche.

  • Rilevanza: spesso alcune categorie di persone vengono considerate come “oggetto“ (e non “soggetto”) di interventi sul digitale, ignorando quindi i loro interessi e i loro bisogni. Ben venga mettere in guardia gli anziani dalle truffe informatiche, ma a quanti di loro la rete è stata presentata come un posto dove coltivare hobby?
  • Qualità: non tutti diamo valore alle stesse esperienze, anche online. Questo ci porta a dover considerare anche quelle attività che spesso condanniamo in quanto fonti di rischio: è il caso, ad esempio, di quegli adolescenti che si sentono capaci e apprezzati nei videogiochi online, oppure che  si mettono alla prova di fronte a contenuti estremi.
  • Padronanza: non sempre le persone sono agenti consapevoli nel digitale, anzi spesso ci si affida alle affordance, ovvero le azioni suggerite dalle piattaforme, che “decidono per noi” cosa fare e come (es. Facebook che ci chiede “a cosa stai pensando?” per invitarci a scrivere uno stato).
  • Sostenibilità: gli usi della rete possono essere accessibili, capaci, proficui, ma non poter essere portati avanti nel contesto di vita della persona. Pensiamo ai giovani in situazioni economicamente svantaggiate, che possono ricevere corsi sulle Tecnologie dell’Informazione e della Comunicazione (ICT) senza poi avere la possibilità di mettere in pratica quanto imparato e trasformarlo in risorsa (Helsper, 2012). Questo può avere anche dei costi emotivi: sentirsi meno capaci dei pari (o, altro esempio, “troppo vecchi”) può rendere penoso l’apprendimento (Robinson et al., 2020). 

 

Cosa si può fare?

Quindi, se è vero che la rete offre molte opportunità, le persone non le colgono tutte allo stesso modo, anche quando hanno accesso ad uno smartphone ed a una rete internet. Questo perché ognuno di noi ha diverse possibilità, abilità, identità, e questi fattori si intrecciano nel dare luogo a vulnerabilità e resilienze differenti. Eventuali disagi legati alle nuove tecnologie ed al loro utilizzo non sono perciò spiegabili solo come frutto di mancanze individuali. Così come nella vita offline, un grande ruolo nel nostro benessere hanno i contesti che abitiamo online.

La sfida è quella di mettere in atto processi formativi, preventivi e di promozione del benessere realmente efficaci, che quindi non si pongano il solo obiettivo di aumentare l’accesso e l’utilizzo delle Tecnologie dell’Informazione e della Comunicazione (ICT), ma che possano offrire alle persone, di tutte le età, strumenti per leggere i meccanismi della rete e sviluppare abilità, che si traducano in benefici nella vita quotidiana (Helsper & Smirnova 2019).

 

Perciò, gli interventi per la promozione di un positivo utilizzo delle tecnologie non dovrebbero partire tanto dagli strumenti, ma dalle capacità delle persone, sviluppando risorse e “saper fare” sia in ambienti analogici che digitali (Hernandez & Roberts, 2018). Una prospettiva che portiamo avanti con i nostri percorsi di “esplorazione digitale” e che si traduce nelle seguenti caratteristiche distintive.

  • Approccio “universale progressivo”: quando possibile, aspiriamo a promuovere abilità utili per tutti, ma riservando particolare attenzione a gruppi o individui in posizioni di marginalità rispetto a queste competenze. Interventi generalisti, rivolti a tutti allo stesso modo, rischiano di essere inefficaci o addirittura di amplificare le disuguaglianze. 
  • Alfabetizzazione mediatica: i media non sono solo strumenti, ma uno spazio di esperienza in cui orientarsi ed esprimersi. Più che nozioni per evitare il rischio, sono necessarie competenze per affrontarlo e partecipare alla rete.
  • Empowerment: il benessere e l’inclusione non possono essere costruiti dalla prospettiva verticale e paternalistica del “so io cosa è bene per te”. È necessario rendere le persone partecipi nella costruzione del loro benessere, a partire dai loro bisogni e dalle loro prospettive, co-costruendo buone pratiche.

Fonti ed approfondimenti: